La stessa cosa in forme diverse.

La stessa cosa nella stessa forma ma interpretata in modi diversi.

La stessa cosa diversamente costruita.

La stessa apparenza (intonaco) ma diversa sostanza (mattoni, cartongesso, et cetera).

Lo stesso nome a significare cose diverse.

Significare?

Verbo insidioso, questo qui.

Troppe volte – in Fotografia – l’ho visto abbinare al verbo capire.

No, non c’è niente da capire.

Chi vuol capire, non ha capito.

Piuttosto, sentire.

Sì, sentire.

Esprimere senza eterea – perchè sfuggente – pesantezza sovrastrutturale, ecco.

Esprimere e basta, ma non è poco.

Tre muri, qui.

Tre concatenazioni sintattiche di muri, qui.

Quello di Monique Arleo reca la sostenibile levità – la graffiante individualità – dell’autonomia.

L’autonomia del pensiero di Monique.

Non risponde ad alcuna ratio codificata, il formato.

Meno quadrato dell’1:1; più quadrato del 4:5 e del 4:3.

La distribuzione delle linee, poi.

Sì, distribuzione.

Anche se le linee stanno lì immote, Monique le muove scegliendo ove posarsi.

E si posa laddove nessun canone fa, Monique.

Si posa laddove nessun canone fa perchè qui non vi è regola dei terzi, sezione aurea, spirale di Fibonacci.

No, cantano il canto di Monique, le linee, qui.

Danzano per posizione e per spessore.

E per quantità di luce, che gioca a sfumare od evidenziare.

Thierry Camus, ora.

La sua fotografia supera la tridimensionalità perchè ha altro in animo, Thierry.

Icastico, cartesiano in senso lato, il suo arabesco.

Un grafico arazzo che tuttavia lascia nicchia – letteralmente, le ombre su archi_- a che tuffarsi in una alternativa possibile.

Un sapore quasi escheriano, nel magistralmente giostrare tra piani e linee.

Marc Apers, infine.

Una summa con laude in senso non accademico.

Perchè qui la vetta è raggiunta condendo di sensibilità lo studio.

Gusto, non fosse il termine insufficientemente ampio ed arioso.

Cultura, talento.

Talendo, cultura.

Aggiungere altro, svilirebbe.

Ecco, la Fotografia.

Estrarre, estrarre, estrarre.

Sangue dalle cose, lacrime da visioni.

 

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Claudio Trezzani

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