Muri e triangolo semiotico

Muri.

Semiologi.

S’accapigliano, i semiologi.

Su segni, significati, significanti.

Saussure, Ogden, Richards, ma anche la Scolastica.

Voces significant res mediantibus conceptis, quelle robe lì.

Latino tardo, mica maccheronico.

Concepti, pensieri.

Parole, pensieri, muri.

Sì, i muri dell’incipit.

Muri di Beato Angelico, Giorgione, Leonardo, Elisabetta Bricca.

Dipinge, Elisabetta?

No, scrive.

Sapete, con la faccenda del triangolo semiotico si parla di cose dentro, fuori, sopra, sotto.

Cose scritte, rappresentate, sottese, evocate.

Elisabetta fa un foto d’occasione.

Forse col telefonino, mercé estesa profondità di campo.

Dentro c’è un muro, e una parte d’Elisabetta estroflessa.

E’ il computer, quella parte.

Come Leonardo avesse messo il pennello su tela.

Parte d’Elisabetta, perché rende visibile il mezzo con cui ciò che Elisabetta è, da dentro esce fuori.

Lì s’annidano parole, da lì viaggiano.

Ma torniamo al muro, qualora ve ne punga vaghezza.

A me punge, eccome.

Perché senza muro che fa da quinta, questo articolo non esisterebbe.

Muro ch’incornicia bucolico paesaggio, ma non basta.

Come vive nell’inquadratura, il muro.

Un determinato tasso d’alterità, rispetto a ciò che l’attornia.

E poi, il vaso.

Pare dipinto, il vaso.

Una resa pastellata che rimanda a impregnate tele, mediazione tra mondi e contenuti, nella composizione e fuori.

Abbiamo la visitazione di Beato Angelico.

Muro avvolge l’azione, ed il resto digrada.

A sceneggiato sfondo, digrada.

Giorgione, ora.

Separazione.

Nulla che sta fuori condiziona il dentro.

La Madonna legge, altra traslazione.

Leggere è la destinazione di ciò che Elisabetta fa, ma il prodotto qui è imbracciato da entità estranea alla primigenia concezione.

Primigenia concezione che si deve al veneto.

Indi, Leonardo.

L’assetto è elisabettiano.

Sotto muro, cose.

Ed il corniciato altrove, contrappunta.

Ecco, la Fotografia.

Senza discostarsi dal reale, attraversa.

Voces significant res mediantibus conceptis.

Più, di così.

Qui, il viaggio non traccia linea tra dentro e fuori.

Imprevedutamente disvela, inaspettatamente sbalza.

Senza tradire, attraversa.

Mondi collidono, o convivono.

Cose s’agitano, ma l’otturatore consegna pregna fissità.

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Claudio Trezzani

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