Missili, trappole, desideri

Mica poi così male, la disgregazione dell’Unione Sovietica: se ci punge vaghezza di avere un missile teleguidato, lo possiamo acquistare al mercato nero.

Peccato per il mancato scontrino, ma ci conviene negoziare una garanzia biennale, sul tipo di quella rilasciata per l’importazione parallela

Portato a casa il missile, ci posizioniamo sul terrazzo. Puntiamo e lanciamo.

Lasciamo ora il proiettile per aria all’inseguimento del bersaglio, ci servirà più tardi.

Ora invece vogliamo documentare l’esistenza del mostro di Lochness.

Ci procuriamo una trappola fotografica, smanettiamo con il software, indi andiamo via.

Fatto?

Bene, siamo diventati ricchi.

Nel primo caso siamo stati occultamente remunerati in qualità di contractors; nel secondo abbiamo vinto il

Premio Pulitzer dopo che il gigantesco rettile è emerso dalle gelide acque.

Con il denaro guadagnato possiamo acquistare una fotocamera di ultima generazione, come dicono oltreoceano.

Quello che ci interessa è che faccia delle cose per noi.

Tracciare e capire, soprattutto.

Mirrorless?

No, lasciamo stare.

Sebbene possano misurare cose per tutto il tempo con l’intero sensore immagine (proprio perché non hanno lo specchio), sono latrici di troppe incongruenze perché possano assurgere a fulgido esempio di virtù.

Una reflex ammiraglia, dunque.

Oltretutto sensori dedicati sempre più densi ed intelligenti sovrintendono a vari riconoscimenti. Pensate, anni fa una nota marca aveva pure piazzato un sensorino esclusivamente deputato all’accertamento del bianco.

Sembrava un minuscolo illuminatore, dalle parti del pulsante di scatto, e anche se non ha trovato prosecuzione applicativa, le macchine di oggi capiscono anche più cose di allora.

Ci interessa seguire una pupilla?

Fatto.

Vogliamo individuare una persona, od un animale?

Altrettanto.

Cosa hanno in comune tutte queste situazioni?

Corrispondere a desideri.

Nel caso del missile è agghiacciante definirli tali, ma – ragionando in astratto – rivelano una corrispondenza tra intento e azione.

Desiderio, intento, azione.

Qui c’è un problema di scollamento.

Loro, i sensori, hanno corrisposto ai nostri desideri.

Non siamo stati noi, purtuttavia, gli artefici dell’azione.

Vale ancora, a queste condizioni, la fotografia?

Sapete che un tema che amo trattare è quello del tasso di alea.

Torniamo al mostro di Lochness.

Quando è emerso la trappola fotografica si è attivata.

Ha realizzato una decina di scatti, poi si è acquietata.

Fossimo stati lì, che cosa avremmo fatto?

Fossero stati dieci scatti oppure di più, certo non sarebbero stati intervallati.

Sì, perché la trappola ha scelto l’avvio, ma poi non ha vissuto la diversità.

Non si è beata delle diverse espressioni del lacustre abitante, è già tanto che abbia rilevato il movimento.

Consideriamo il problema da una diversa prospettiva.

La trappola scatta sì dieci fotogrammi, ma al secondo. E ne fa centinaia, immaginiamo un buffer onnipotente.

Be’, in questo caso ha scelto tutto, il che ci fornisce la possibilità, dopo, di scegliere davvero.

Si, ma dopo.

La trappola non si è fatta mancare niente acciocché non ci privasse di esercitare il libero arbitrio, ma una selezione successiva non ha lo stesso sapore della contestualità.

Mai andato a caccia, non la amo.

Ma qualcosa di ancestrale permane.

Non solo in me, bensì in tutti.

Guardare in un mirino e scattare è come sparare.

Fotografare è cacciare una preda.

Se la faccenda del tasso di alea – della casualità – è rilevante e penalizzante, nella misura in cui l’impossibilità di correlare desiderio e azione pesa come un macigno sull’attribuzione dell’autorialità, il concetto della caccia parimenti non è secondario.

No, ci vuole eccitazione.

Sapete, nonostante i notevoli progressi dei sistemi di tracciamento senza soluzione di continuità, i più avvertiti e talentati professionisti non di rado ricorrono ancora alla rapida sequenza di semi/pressione consecutiva del pulsante di scatto, piuttosto di affidarsi a dispositivi tutt’ora perfettibili.

Niente missile teleguidato, pertanto, magari sparato da una nave da guerra a decine di chilometri dal bersaglio.

No, ci vuole eccitazione.

Siamo dietro un cespuglio.

Impugnamo una lancia di legno che sulla sommità reca una selce levigata.

Arriva il mammut, lo sopraffaciamo.

Di sera, nella grotta, vi sarà carne per tutta la famiglia.

E il sangue è la linfa della Fotografia.

 

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Claudio Trezzani

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