Mengacci & Le Conscietà

Un primo esame della stanza.

Arredamento sobrio, muri grezzi.

È la sala/colloqui di un carcere.

No, è la stanza/interrogatori di una dogana.

Come ce ne sono in alcuni aeroporti britannici, con fuori l’eufemistica dicitura “interview room”.

Guardiamo meglio, ora.

Il computer è un Mac, neppure le più ricche polizie osano dotarsene.

E che ci fa un rollino fotografico sul tavolo?

Dall’espressione del soggetto non apprendiamo granché.

Sospeso tra ascolto e interlocuzione, non esprime il disagio che la congetturata situazione legittimerebbe.

Cambio d’immagine.

Ora il soggetto è felice.

Perché la perquisizione su bagaglio e persona ha dato esito negativo?

No, perché le didascalie a sinistra chiariscono ogni cosa.

Noi lo sapevamo già.

Perché?

Perché siamo umani.

Come tali potevamo leggere anche prima che questa scena venisse rappresentata.

E se posti di fronte ad un televisore possiamo interpretare l’allusione tridimensionale delle immagini che scorrono, e comprendere le parole che vengono pronunciate.

Così, dai giornali e dalla TV sapevamo già che l’uomo nella stanza è Davide Mengacci.

E se eravamo già vivi alla fine degli anni settanta, avevamo letto sulla testata satirica Il Male che le autorità avevano fatto arrestare Ugo Tognazzi come capo delle Brigate Rosse, e che non era vero.

Quindi si: o è uno scherzo, oppure Davide non si trova nelle sinistre segrete di un aeroporto in terra della Perfida Albione.

Poi c’è la faccenda del computer e del rollino: essa pone un discrimine.

Perché – unitamente o separatamente – non tutti gli umani posseggono gli strumenti cognitivi per addivenire alla loro identificazione.

Indi ci sono i cani.

Che significa?

Consideriamo quello nel passeggino.

La fotografia è dello stesso Davide Mengacci.

Quel cane lì, se è fedele al genere d’appartenenza, non guarda la TV.

E non capisce nemmeno (qualche umano obietterebbe) cosa stia facendo Davide, con un oggetto metallico che gli copre parte del volto.

Ma cominciamo con una distinzione basilare: il contenuto delle due fotografie in scala di grigi consta di elementi animati ed inanimati.

Questi ultimi non hanno percezione di ciò che accade, ma i primi sì.

Con diversi livelli di conscietà.

Il cane, in quel momento ne sa quasi più del bambino.

Perché il bambino sta cominciando a parlare giusto ora, e di pari passo cammina la sua comprensione di ciò che gli viene detto.

Il cane, per dirne una, fiuta meglio.

Molto meglio anche di un umano adulto.

Così il punteggio totale è incerto.

Come livello di conscietà vince l’adulto, ma bambino e cane se la giocano ai supplementari.

A che pro il suesposto apologo?

Per sottolineare che la Fotografia – mi riferisco allo Spectator, come Barthes definiva chi guarda – vive nella percezione del fruitore come sintesi tra dato culturale e dato intellettivo, senza considerare il vasto ambito del Punctum (sempre con Barthes, semplificando lo traduciamo con Emozione).

Lungi dal costituire un limite, ciò dilata il godimento, inteso come scaturigine di significati.

Chi non ne assimila alcuni, ne capterà altri.

Se minori in numero, prosciugheranno il segno, paradossalmente potenziandolo.

Ed insomma, una virtuosa “sottrazione di peso”, come direbbe Italo Calvino.

Torneremo, su queste robe qua che dice lo scrittore d’origine cubana.

Perché non tutte approvo, ma sono fatte (“Lezioni Americane”) della stessa carne di cui si nutre la Fotografia.

 

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Claudio Trezzani

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