Modelli.

Son fatti per dilatare, mica per restringere.

Archetipi.

Sì, quella roba lì che Michelangelo ha dipinto in Sistina, non senza conseguenze alle vertebre cervicali.

Parliamo sempre di ossa, anche se rivestite di carne.

Sì, le mani.

Eccellente idea riprendere quelle di un artigiano al lavoro.

O ritrarle svettanti in neritudine.

Ma sentieri abusati, sono.

Karolina Wlodarkewicz, ed invece.

Potenza scultorea, sì.

Ma ombre gentili, tra pasciutezza e affusolazione.

E posizione, e movimento, ed equilibrio.

Lajos Szabo, ora.

Nossignori, niente di banale.

Se l’esecuzione ritratta parla d’usurata prassi, l’esecuzione ritraente si bea di altezza formale ed espressiva.

Pierre Arnoldi, infine, con il suo baronetto britannico in club londinese.

Sto scherzando?

Non del tutto.

Perchè il distinto signore possiede una universale ieratica eleganza che lo rende traslabile ovunque.

Ed il merito è condiviso con le mani.

Pendenti ma tese, forti senza rapacità, solenni ma prive d’ostentazione.

Ecco, la Fotografia.

Dopo “Muri” – il mio precedente articolo in questa rubrica – “Mani”.

Una debole alliterazione che trova però comunanza di valutazione: ancora, Fotografia come luogo ove estrarre, estrarre, estrarre.

Senza posa, ciascuno con sua lacrima e sorriso.

 

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Claudio Trezzani

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