L’occhio prima dell’occhio

Vedete il grafico allegato a questo brano?

Ci si sta riferendo al codec video Pro Res Raw, e l’illustrazione serve a dimostrare – lo sta facendo l’eccellente conduttore di The DP Yourney – che un filmato caratterizzato da una profondità di 12 bit può essere pressoché indistinguibile dalla versione a 16 bit, ove il dato in esubero sia situato in una regione visiva non attingibile dall’occhio umano.

D’altro canto sappiamo che un filtro a matrice di Bayer è “sbilanciato” verso la tonalità del verde, a cagione della maggior sensibilità umana verso questo colore.

Dunque, il nostro occhio non è “perfetto”.

Del resto, se guardiamo da sotto in su un grattacielo, non possiamo evitare di percepire un accenno di linee cadenti.

Mai però come quando coinvolgiamo un obiettivo di ampio angolo di campo in un puntamento non ortagonale.

In quel caso un edificio ordinario si trasformerà in una… piramide d’Egitto.

Ergo, lunga vita agli obiettivi decentrabili.

Ma vi è anche un altro modo di porre la questione.

Allegati a questo articolo abbiamo un dipinto di Gustave Buchet, uno di Tracy Savage, nonché una dolce, cullante fotografia di Cpt. Seabass.

All’autore di quest’ultima interessava una determinata inquadratura, e per realizzarla ha raggiunto un confacente punto di ripresa.

Da quella posizione ha fatto il possibile per non incorrere in alterazioni prospettiche.

Come potete appurare, nei tre casi si tratta di case.

Quale allora la differenza?

Essa consiste nel fatto che mentre i pittori hanno ricercato la deformazione a fini espressivi, il fotografo l’ha giustamente fuggita, onde non trasformare una visione di schietto verismo in qualcosa di metafisico.

Cosa ci dice ciò?

Tre cose fondamentali.

La prima: una lezione contro la sciatteria.

Troppe volte – sia in ambito fotografico che cinematografico, pure a non basso livello complessivo – siamo messi al cospetto d’immagini sbilenche che appaiono così poiché gli artefici non hanno impiegato la corretta attrezzatura e/o non hanno profuso adeguata cura alla composizione.

La seconda:  esiste una abissale, manichea differenza tra esiti voluti ed esiti subiti.
Se si dispone di mezzi e capacità atti a concretizzare una idea, il risultato sarà convincente e pregevole; in caso contrario avremo un prodotto involontariamente caricaturale, perciò destituito di ogni credibilità linguistica.

La terza: esiste un occhio prima dell’occhio.

O della previsualizzazione mentale.

Ai pittori tutto è concesso, ogni onirismo può scaturire dall’azione del pennello intriso di pigmento.

Per i fotografi la cosa è sfaccettata, in certa misura più sottile.

Abbiamo in mente una proposizione, e dobbiamo essere consci delle proprietà del mezzo che adoperemo.

Ciò che realizzeremo sarà sottoposto ad un ulteriore filtro:l’attitudine umana a rielaborare cerebralmente l’osservato, in una ridecodifica che media tra plausibilità documentaria, taglio interpretativo, evocazione nel registro emotivo.

Anche noi abbiamo un occhio prima dell’occhio, ma quanto arriverà nel piatto non può prescindere dalla consapevolezza che il contenuto proviene da un atto terzo, ovvero l’estrapolazione di un brandello temporale del reale.

Ecco, la Fotografia: un mondo ruota e preme attorno ciascun fotogramma.

 

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Claudio Trezzani

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