L’obliata purezza

Il Touring Club Italiano durante gli anni cinquanta del secolo scorso sfornò una serie di pregevoli volumi volti ad illustrare la ricchezza ed il fascino del patrimonio paesaggistico ed architettonico italiano.

Fu anche fucina di talenti fotografici: oltre ad aver mobilitato i più prestigiosi studi fotografici dell’epoca lungo la penisola (ove non di rado il luogo della sessione non coincideva con la provenienza dell’autore) diede modo di rifulgere a individualità che presto si rivelarono grandi maestri, come Berengo Gardin.

Nel caso di cui qui m’occupo sono risultato ammaliato da uno scatto del fotografo Alberto Riccoboni che ritrae la chiesa di S. Alessandro in Lasnigo.
L’atmosfera d’allora è oggi irreplicabile: il territorio non aveva ancora subito il vulnus di una antropizzazione convulsa, e l’elemento agreste si fondeva in mirabile armonia con l’opera manufatta.
Riccoboni ebbe la sapienza e la sensibilità di collocare nell’inquadratura un carro a trazione animale, con una distinta figura umana a lato. In una equilibrata e potente distribuzione dei pesi, l’elemento architettonico appare in felice connubio con la natura, svettante geometria tra dolci declivi. Intrigato da ciò, mi sono pellegrinato in loco. Non è più la stessa cosa, però.
Troppi elementi spuri, troppe distrazioni impure. Il nastro d’asfalto, l’aereo reticolo dei servizi elettrici, sparsi casamenti industriali: il primigenio incanto non può essere restituito. In sconsolata subordine, non posso che avvalermi degli odierni mezzi tecnici: tramite il drone, mi giovo – nei quattro scatti a corredo  di questo brano – dell’ortogonalità resa possibile dall’ elevazione (da terra occorrerebbe un decentrabile, od altrimenti una riduzione della parallasse sarebbe conseguibile stando a distanza con un teleobiettivo, ammesso rinvenire visuale sgombra).
Ma non è tutto qui, anzi molto ci manca: Riccoboni, che pure era architetto oltre che fotografo, sceglie non già di rinnegare la geometria, ma di mediare l’istanza grafica con una ambientazione di sapore sociologo. Perché ciò che sopravviverà è il palpito, non il calcolo.
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