L’incidente

Non tubetti strizzati.

E nemmeno volontà.

Casualità su casualità.

Intendo: sappiamo che la pittura ha attraversato ere in cui svolgevansi esperimenti recanti marcato tasso d’alea.

Strizzare tubetti su tela, ad esempio, e osservarne il casuale risultato.

Casuale, ma pilotato.

Casualità sovrintesa, ed insomma.

No, nel mio caso è casualità su casualità.

Bicchiere colmo di vino su tavolo rovesciasi.

Il risultato mi seduce.

Tocca non esimersi dall’imbracciare la fotocamera.

Così l’atto suggella.

Il volontario atto di scattare suggella una doppia involontarietà.

L’involontarietà della mia maldestra manovra – rovesciare il bicchiere – e l’involontarietà dell’esito.

Ovvero la non intenzione del bicchiere d’inclinarsi e del suo contenuto liquido di disporsi come si è disposto sulla superficie solida.

Ben flebile, dunque, il mio gesto di documentalmente fissare nel tempo, al cospetto del potente vigore dell’esito incidentale.

Ecco, incidentale.

Non solo casuale, ma anche recante un danno.

Ecco, danni.

Verso cosa o chi, importa.

Verso chi, soprattutto.

Ben lo sanno i reporter di guerra.

Ritraggono morte, l’idea è mostrare orrore per suscitare orrore.

Suscitare orrore per virtuosamente ipotecare il futuro.

Mai più ciò, questa è la linea di pensiero.

Morte, o sofferenza.

Qui la questione è variegata.

Ritrarre sofferenza attira quell’aiuto che nasce dalla sensibilizzazione.

La cosa è virtuosa verso lo stesso soggetto, ma il pedaggio è la dignità momentaneamente lesa, quando lo è.

Il danno alle cose può non connotare il dilemma.

Se personale, la scelta coincide con la liceità.

Sì fa cosa che riguarda sé, nessun coinvolgimento esogeno.

E ad un danno minore può corrispondere una benedizione.

Benedetta mia mano che ha urtato il bicchiere.

Ne è scaturito un impreveduto mondo.

Un impreveduto mondo che non conosce la sua natura di scarto.

Nemmeno il colore, conosce.

Il vino era rosso, ma grafica impellenza m’ha imposto disconoscere cromia.

Esaltare forme, eccioè.

E non far pensare a sangue?

No, non è questo il proposito.

Cosa sia, non conta.

Conta ciò che è diventato.

E conta che sia diventato molte cose, indipendentemente dal numero di frammentate parti.

Le cose che ciascuno immagina guardando.

Sapete non è solo una cosa da disegni di Rorschach ed i suoi test sulla psicologia proiettiva.

E’ che ogni cosa rimanda ad un’altra, piuttosto.

E che cose succedono malgrado e/o per fortuna.

Per un fotografo potrebbe comportare una diminutio etica: se è successo per caso arreca parziale nocumento al mio ruolo.

Ma anche il suo speculare contrario: se la cosa l’ho provocata io, ne va dell’istanza documentaria.

Ma sopra troneggia il dinamismo del reale.

Teniamo indici sopra pulsanti perché fissare, giova.

 

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Claudio Trezzani

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