L’impiego dei filtri sui droni.

L’impiego di filtri nei dispositivi di ritrazione presenti sui droni costituisce tema largamente trattato ma spesso in forma scarsamente organica. Da qui la necessità di procedere ordinatamente.

Sebbene in linea teorica l’applicazione di fotocamere e videocamere a pellicola su droni non sia da escludere aprioristicamente, è proficuo occuparsi dell’odierna situazione, che vede l’offerta incentrata su modelli dotati di sensori. Di conseguenza, le considerazioni qui svolte si riferiscono al mondo digitale. Non dissimilmente da quanto già osservato in relazione a dispositivi “terrestri”, anche con i droni vale la circostanza che le tipologie di filtri non ben replicabili nel flusso postproduzionale si restringono a due: i filtri polarizzatori e quelli a densità neutra.
Per quanto riguarda la prima categoria, non val la pena di replicare le specificazioni tecniche già note, reperibili in qualsiasi manuale, limitandosi ad osservare che l’offerta generale di questi filtri – provenga essa dagli stessi costruttori di droni o da altre aziende – appare piuttosto soddisfacente.
Diverso invece il discorso relativo ai filtri a densità neutra, che presenta tratti di peculiarità e specificità. Occorre inoltre operare un distinguo tra uso fotografico e videografico.
Quest’ultimo si presta alla disamina di vari aspetti. In cinematografia è nota la regola dell’otturatore a 180 gradi, che prevede l’adozione di un tempo d’otturazione doppio rispetto al frame rate (per esempio, impostare l’otturatore su di un valore di 1/50 di secondo quando il frame rate sia pari a 25 fotogrammi al secondo). Questa prescrizione, nelle videocamere tradizionali,  poggia su ineludibili caratteristiche meccaniche e morfologiche dell’otturatore stesso.
Nel mondo digitale del segmento consumer, invece, l’applicazione rigida ed indiscriminata di questo precetto scivola facilmente verso un insensato feticcio. Vediamo perché.
Con gli otturatori montati sulle moderne videocamere l’osservanza di questa regola trova valore residuo nella mera ricerca di fluidità nel flusso delle immagini. La quale però può essere conseguita entro parametri più ampi rispetto a quelli della succitata regola. In altre parole, una volta che si sia prescelto un frame rate in grado di apportare il desiderato “sapore” cinematografico (la trattazione di questo singolo aspetto ci condurrebbe lontano) la scelta del tempo di otturazione non è più, come in passato, vincolata a rigidi valori.
Come questo si rapporta all’uso dei filtri a densità neutra sui droni?
Semplicemente, esso non rappresenta più una esigenza imprescindibile perché condizionata al rispetto della regola dei 180 gradi.
Così in alcune circostanze è possibile non usare tali filtri e ciò non è privo di vantaggi: si evita di introdurre un elemento che non può essere del tutto ininfluente sulla nitidezza, si è liberi di scegliere il desiderato diaframma senza dover sottostare ad accoppiate obbligate, ed inoltre va considerato che se nelle videocamere professionali l’uso dei filtri a densità neutra è altamente facilitato dal fatto che essi sono già presenti nella struttura del dispositivo, multipli ed immediatamente selezionabili tramite leve o pulsanti, nelle videocamere di cui ci stiamo occupando, la loro applicazione è invece farraginosa ed univoca.
È quanto alla necessità di evitare il flickering, lo sfarfallio che si registra in determinate condizioni di riproduzione con luci artificiali?
Se è vero che a tale risultato si può approdare selezionando l’appropriato tempo di otturazione e affidando all’adozione di un filtro a densità neutra il compito di armonizzare gli altri parametri (se l’intensità dell’illuminazione lo richiede), è anche vero che sempre più dispositivi recano in sè accorgimenti automatici in grado di scongiurare il fenomeno.
Per ciò che invece attiene l’uso dei filtri a densità neutra nelle singole immagini al fine di effettuare lunghe esposizioni, questo impiego è precluso ai droni nella maggior parte delle applicazioni. Si consideri un caso tipico: rendere “setosa” l’acqua.
Ebbene, nonostante la notevole efficacia degli stabilizzatori meccanici a tre assi di cui sono equipaggiati i migliori droni, per tempi d’otturazione che si avvicinano al secondo, la loro efficacia cessa, e con questi valori lo scorrere dell’acqua è sì riprodotto con una certa fluidità, ma permane una generale indesiderata “nervosità”. C’è però un ambito di applicazione nel quale l’uso di filtri a densità neutra trova terreno d’elezione nei droni.
Mi riferisco a quei dispositivi privi di diaframma, con una apertura fissa e generosa (tipicamente tra f2 e f2,8). In condizioni di luminosità elevata l’interazione tra apertura, tempo di otturazione e sensibilità non può sortire un risultato immune dalla sovraesposizione, se non si adotta un filtro a densità neutra.
Si potrà obiettare che droni con apertura fissa sono ormai confinati nella fascia bassa del mercato: tuttavia in alcune sessioni anche il professionista potrebbe avere necessità di impiegare tali droni, per esempio in situazioni laddove le norme vigenti lo obblighino a far volare un drone del peso non eccedente i 300 grammi.
In sintesi, abbiamo visto che i presupposti dell’impiego dei filtri  in fotografia e in videografia rimangono validi anche per i droni. Tuttavia, non si può prescindere né dalla loro specificità d’uso, né dall’evoluzione della tecnica costruttiva, che in taluni casi porta a declinare diversamente regole invalse.

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