L’equivoco

Ormai la disgrazia toccherà anche ai telefonini, se non è già successo.

Avere un profilo “flat” per i filmati.

Cosa significa?

“Flat” vuol dire un sacco di cose, persino bemolle.

Gli italiani hanno fatto dapprima una conoscenza generalizzata di questo vocabolo allorché si sono diffusi i contratti di connessione internet a canone forfettario.

E per noi che realizziamo video perché è una disgrazia averlo?

Occorre fare un passo indietro.

Rapido, però.

Perché sto per accennare al tema della compressione, che avevo abbondantemente trattato in altri articoli.

Qui basti tenere a mente un dato: i filmati che facciamo sono rovinati in camera.

Per problemi di spazio, lettura (schede SD) e processamento, il flusso deve arrivare già povero ai nostri computer.

È una questione – che, ribadisco, qui non illustrerò di nuovo – di bit/rate, sottocampionamento di luminanza/crominanza, e una miriade di codec che esprimono un diverso livello e tipo ( i due fattori non si interfacciano con invariabile rapporto) di compressione.

Ecco, compressione.

Visto che il file ci arriva già pesantemente decurtato di informazioni, quelle che restano ci conviene non toccarle.

Come si pone la questione in relazione ai profili convenzionalmente appellati “flat”?

In videografia un profilo “flat” è una regolazione preventiva dei parametri di ripresa che assicuri la massima ricchezza possibile di informazioni su luce e colore.

Per ottenere ciò occorre che il contrasto non sia elevato.

Avete già ragionato al cospetto di istogrammi, vero?

Allora sapete che l’informazione è ricca quando l’istogramma è panciuto.

Non deve lambire gli estremi di gamma, né presentare ripidezze che denuncino “sbrigatività” di passaggi tonali.

Con del materiale così, si apre la strada alla duttilità postproduzionale.

Sì, duttilità postproduzionale.

Se il materiale è ricco, possiamo piegarlo alle nostre esigenze fini.

Attenzione però, siamo arrivati ad un bivio.

È qui che si consuma l’equivoco, da cui il titolo di questo brano.

Per dipanarlo facciamo riferimento al mondo dei droni.

Ce n’è uno che costa migliaia di euro.

Può fare in RAW anche i video.

Perché ciò accada bisogna spendere altri mille euro per una particolare scheda di registrazione.

Costa così tanto perché deve sopportare l’enorme bit/rate di oltre un gigabyte al secondo.

Sì, avete letto bene.

Solo con così tanta roba che passa traverso l’unità di tempo avrete la (pressoché) totalità dei dati originali.

In ambito fotografico – fotocamere che possono anche realizzare filmati – la cosa si risolve con quei modelli di alta gamma che possono dialogare con dispositivi esterni – da acquistare a parte e di diverso fabbricante, ad un costo che parte da poco meno d’un migliaio d’euro – mediante un cavo HDMI.

Tuttavia, per gestire i file “monstre” che ne deriveranno, ci vorranno computer assai costosi perché molto potenti.

È a queste condizioni che il profilo “flat” funziona.

Istogramma panciuto per scheda panciuta per computer panciuto.

Ricchezza di dati che pesa, con mezzi in grado di gestirla.

Quando invece il file è già “rovinato” in camera, è il margine che viene a mancare.

Sì, il margine di intervento.

Con un complesso di informazioni già compromesso perché pesantemente compresso, “toccare” il materiale postproduzionalmente spesso fa più male che bene.

Si vuole passare da uno stato ad un altro, ma i gradini che collegano le due condizioni si sono assottigliati. Basta poco, e le assi sotto i vostri piedi si schianteranno.

Perciò, esitate prima di credervi cineasti perché giostrate con profili “flat”, “cinelog”, “Dlog”, o quant’altro la fantasia pubblicitaria partorirà.

Se ciò che avete in mano è robusto avrete benefici, altrimenti vi scotterete.

Come fare, allora?

Impostare regolazioni mediamente contrastate.

Utilizzare un profilo “standard”, se non potete avere accesso ad interventi manuali.

Otterrete così un file “croccante” ma non esasperato.

Qualcosa che possa essere utilizzato subito, senza il rischio – elevato – di pregiudicare ogni cosa con interventi scriteriati al computer.

Sapete, non si può cavare sangue dalle rape.

Questo motto popolare può fungere da criterio/guida per orientarsi in questo articolo.

La miglior cosa che possiate fare a riguardo è intervenire con le verifiche sul campo (o in volo, nel caso dei droni).

Ormai un istogramma non si nega a nessuno.

E nemmeno un correttore intenzionale (tipicamente a passi di un terzo di EV) dell’esposizione.

Così, quando siete sulla scena, verificate la congruenza tra i dati che la macchina ha – specie se “forzatamente” – impostato.

Se necessario, apportate le necessarie correzioni.

Perché, ricordate, non si può cavare sangue dalle rape.

Intervenire dopo, costa.

 

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Claudio Trezzani

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