L’Entità Polivalente

Escher.

La mano che si disegna, quelle robe lì.

No, qui non si disegna, la mano.

Semplicemente, disegna.

Così nella fotografia a corredo di questo brano.

È tutto?

Fortunatamente per il linguaggio, no.

Per la semiotica, pure.

Sì, soprattutto per la semiologia.

Di Escher non c’è l’illusione ottica, ma la proteiforme proiezione logica.

Intanto un felice problema.

Sì, l’apparente ossimoro di un felice problema.

La mano s’accinge ad un’opera che l’immagine consegna incompiuta.

Stimolante paradosso.

La fotografia dovrebbe fissare, invece interrompe un divenire.

Di questo processo in fieri non si conosce il momento del compimento, ma la sua qualità, quella sì.

Il momento è dunque errato?

Un … momento.

Fosse l’opera conclusa, ci si adagerebbe sul piattume espressivo di una documentarietà neutra.

Sondabile semiotica del lavoro, insignificanza dell’operazione ritrattiva.

Intervenendo in corso d’opera si nuoce al prodotto alloctono ma si giova all’atto esterno.

Che da esterno diviene in sè conchiuso.

C’è di più.

Dimentichiamo la specie della prassi.

Non è più appendice di una testa che concepisce e ordina, la mano.

Non è più neanche in relazione con l’oggetto della sua attivazione.

Diviene una scultura autonoma, la mano.

Ergo, non è più neppure una mano.

S’erge con fiera plasticità, quell’ex pugno che brandeggia.

E neppure più brandeggia.

Abbiamo una struttura complessa.

Ieratica e potente, non sente differenza tra pennello e falangi.

È un denso ma ramificato grumo che troneggia sullo sfondo destituito di ruolo.

Si protende nelle ali, implode nel nucleo.

Questo possiamo, mercé la fotografia.

Dato il fotografo il “la”, la musica è intonata dalla mente di chi guarda.

Che sceglie in quali accordi raggruppare note, al servizio di un impreveduto canto.

 

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Claudio Trezzani

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