L’eccezione

Tristezza da texture.

Perché tristezza?

Perché troppe volte ho assistito a pietosi tentativi di rendere interessanti fotografie banali con l’applicazione di trame.

Questa volta, no.

Semel in anno licet insanire, dicevano i latini.

Semel in anno, una volta sola all’anno.

E’ questa, la volta.

E del resto Abi Katon – nella sua attività fotografica – più spesso non sovrappone filtri rispetto a quando lo fa.

E qui, lo fa riuscitamente.

In spiaggia c’è un colore forte, non c’è bisogno ne indichi tonalità.

E’ distribuito tra indumento indossato ed indumenti stesi.

Celeste e blu – al confine con il viola – contrappuntano; bianco neutralizza.

Vento scompone drappo, filtro rende come sbavatura.

Il volume è assicurato dalle nere pieghe e profondità.

Volume?

Ecco, giusto quegli accenni.

Ma la cifra complessiva è l’allusione alla bidimensionalità.

Se sono masse, lo sono internamente.

No, ciascun elemento è statuariamente appeso.

Sì, statuariamente appeso.

E’ una sinfonia per blocchi armonici.

Sapete, mica la disposizione basta ad evocare tridimensionalità.

I bagnanti di Seurat – se consideriamo l’immagine in vitro, spogliata delle sottigliezze che l’umana percezione sa avere – sarebbero un trionfo, della tridimensionalità.

Perché – a volerli contare – ci sono una ventina di piani prospettici – tra persone e cose.

Eppure, della tridimensionalità non vi è il respiro.

Si riconoscono distanze relative, ma senza il loro fiato.

Sì, il loro fiato.

Né la spiaggia di Katon né quella di Seurat recano i crismi di una proiezione orizzontale vivibile, palpabile.

E non è male sia così, anzi.

Perchè in tal guisa l’orchestrazione è solenne, ieratica.

Ogni cosa partecipa del divino, sia in sé che in dialogo.

E i colori, non potevano non esserci.

Se della tridimensionalità è rimasto indizio, è in essi, non nelle collocazioni.

E c’entra niente, la saturazione.

Il rosso di Katon è ben più squillante di quello steso su cappello, costume, cuscino di Seurat.

Entrambe, epperò, partecipano di un connubio tra tinta, forma e mediazione tra scabrità e levigatezza che rende liturgica la scansione degli elementi.

Sì, liturgica.

Un canto preordinato, ordinato, reiterato, fiero anche se sommesso.

Sento l’obiezione: è ancora una fotografia, quella di Abi?

Nasce dalla pressione di un tasto, per poi sostanziarsi in una meravigliosa opera d’arte.

Epperò,  se V’aggrada rimembrate:

Semel in anno licet insanire.

Dopo la contemplazione di siffatta seducente opera, orsù torniamo alle nude lenti.

Senza sovrastrutture, la realtà sa parlare incontaminata.

 

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Claudio Trezzani

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