Le specie della siluetta

Siluetta.

Sì, l’adattamento in italico idioma che in tempi d’agognata autarchia linguistica si impiegava in luogo di quel cognome francese – appartenuto ad un finanziere e politico noto per la sua parsimonia – che venne a designare il determinato tipo d’immagine che conosciamo.

Ma vi sono gradazioni ed umori nello stagliare controluce.

Andrè Kertész Il Sommo.

Lo definisco così per le sue apicalità artistiche, ma anche perché il suo mirabile eclettismo lo rendeva maestro in una… somma di ambiti.

La coppia non è leggibile nel nero, e tuttavia l’esito complessivo non è privo di soffusità tonale.

Gerard Castello-Lopes – un plauso a Carlo Mastrantoni per essere sopraffino divulgatore di visuali notevolezze – invece consente leggibilità entro figura, ma in un contesto di fiera asperitudine.

Eraldo Dos Santos.

Qui abbiamo una luminosa nettezza che sbalza entità con levigata potenza.

Ed insomma i modi dei toni s’interfacciano con gli stati emotivi degli autori come dei soggetti.

Data la qualità di una scelta, non è corollarico l’esito espressivo.

Il taglio tecnico può non coincidere con la visione psicologica.

La condizione luministica può assecondare oppure contrappuntare il contenuto umano della scena.

È una intricata danza di ingredienti, una proteiforme alchimia che gioiosa s’irraggia tra concepite ed imprevedute direzioni.

Come chiosa lo stesso Eraldo: cada um escolhe seu ritmo.

 

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Claudio Trezzani

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