Le Firme Digitali

Firme digitali.

O del Farsi Rappresentare.

Ecco, Rappresentare.

Il verbo esprime un concetto esteso, e reca i crismi di una declinazione visiva.

Ma non solo visiva.

Sapete, la Firma Digitale è una convenzione informatica, sotto il profilo burocratico.

S’espleta una pratica, si pigia un bottone.

Così, l’immateriale assurge a valenza materiale, ridefinendo notarile asseverazione, semitrascorsi i tempi di timbri e ceralacca.

Al di là di una necessità operativa, la Firma Digitale può essere dilatata sino ad una personale espressione che identifica un proprio peculiare sentire:
si sceglie una immagine, ed essa potrà contrassegnare ogni nostro invio in Rete.

Una automatica apposizione in calce ad ogni nostra missiva di posta elettronica, una fotografia, ritratto o qualsivoglia altra opera grafica a corredo – magari di forma circolare – di un nostro profilo in Rete, sinanco il salvaschermo del nostro computer.

E qui torniamo al Farsi Rappresentare.

Qualcosa che parla di noi, disvelando identità lata e predilezioni.

Qualcosa di noi, o qualcosa in sintonia con noi?

Ed inoltre: nostro parto, o citazione altrui?

Ecco entrare in gioco il drone.

Sapete, esso stesso ha una univoca identità, resasi necessaria da regole di volo.

Ma esso si pone in felice posizione di terzietà, quando ci elargisce ritrazioni diversamente inattingibili.

Dunque, fotografie fatte da noi ed in cui ci riconosciamo.

Opere nostre, discendono da un processo consciamente e volontariamente intrapreso.

Interamente nostre?

Sì, eccettuata la scaturigine.

Per questo dobbiamo ringraziare  i Giganti del Cielo.

Sì, i Giganti del Cielo.

Hanno guidato loro la mano dei contadini in campo.

Dei trattoristi, nello specifico.

Diversamente non può essere.

Troppo icastici e cartesiani i segni nel terreno.

Ideogrammi di sapore orientale quando il segno è perentorio.

Impressionistiche tele laddove il colore lussureggia.

C’è una elevata regia, lì.

Essersene appropriati denota fervoroso tributo.

Segni dei nostri tempi, per davvero.

Quando il cielo è più nostro, e  suggestivamente trasferibile.

 

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Claudio Trezzani

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