L’artefice & il ferro.

In “Muri e triangolo semiotico” esaminavo la traslabilità di segni e mondi dentro e fuori l’inquadratura di una fotografia.

Segni e mondi?

La definizione è ad un tempo estesa ed incompleta, riduttiva rispetto alla – pur non esaustiva – trattazione effettuata nel summentovato brano.

Lo è perché la realizzazione di una immagine e la sua fruizione plurima già presuppongono una molteplicità di stimoli e veicolazioni.

Se poi l’artefice – il fotografo – dissemina nella composizione elementi evocativi e/o effettivi di una interpretazione terza rispetto all’impianto espressivo generale, l’articolazione si fa pluriplanare e centrifuga.

Nella fotografia di Elisabetta Bricca – scrittrice – presentata nel precedente articolo appariva il computer della suddetta, dunque una sorta di materializzazione esecutiva della sua attività cerebrale.

Il ferro del mestiere del fotografo, invece, è la fotocamera.

Includerla nell’immagine insieme al suo branditore, è cosa frusta.

Comprenderli mercè specchio, è cosa parimenti abusata.

Tanto vale – varrebbe – far reggere dal fotografo sé stesso, poiché è il sè stesso che informa il contenuto dell’immagine.

Certo, precedenti in arte figurativa non mancano.

Qui riporto celebri esempi di Velasquez, Escher e Rockwell, tra i tanti.

Il concetto diviene così generale:
mostrare l’autore o sua cosa peculiare, interferendo con convenzioni di linguaggio.

Velasquez disvela lo scenario palesando l’azione che lo ha determinato, quanto a fissazione riproduttoria.

Escher si bea della sua arte di prospettica riflessività.

Rockwell si perita allestire un pezzo di virtuosistica bravura.

Interferire con convenzioni di linguaggio, dicevo.

Convenzioni che sono illusioni condivise.

Mi duole ripetere, ma siamo sempre alla suspension of disbelief di Coleridge.

Si finge che la fotografia, il dipinto, siano entità dotati di esistenza e consistenza autonoma e conchiusa.

Se si vede l’autore, la messa in scena frana.

Se dell’autore si vede cosa ad esso presumibilmente riconducibile, la convenzione vacilla.

L’operazione oscilla – ora in chiave dicotomica, ora in guisa osmotica – tra il dentro ed il fuori.

Si tratta di traslazioni, scrivevo.

Modi di far trapelare, senza escludere il rischio di alienazione percettiva.

Rischio, od opportunità.

Opportunità di essere plurivettoriali nei segni che si fanno significati.

D’indurre ad irraggiare o sovrapporre l’interpretazione, anziché confonderla.

E’ gioco, di serietà permeato.

La serietà di perseguire fini avendo lirica cura dei mezzi.

Ecco, così è la fotografia.

 

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Claudio Trezzani

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