L’arte inconsapevole dell’ignaro strumento

Nel mio precedente articolo “Oltre la geometria” passavo in rassegna casi in cui una evidente individuazione di tratti lineari nulla rivela della specificità di ciascuna singola immagine: nella fattispecie, un albero, una ringhiera, un frangiflutti – pur condividendo la tipologia del segno – appartenevano a ben differenti mondi poetici.

Si trattava di appuntarsi sull’interpretazione, non sull’impersonale misurabilità in senso quantitativo.

Nell’immagine a corredo di questo brano, invece, siamo agli antipodi.

E lo siamo, agli antipodi, in un modo affatto sorprendente e non senza concettuale vertigine.

Succede tutto all’incontrario, qui.

Prima di addentrarsi, la genesi.

Sapete, la così appellata “waveform” è strumento più caro ai videografi che ai fotografi, benché possa risultare utile ad entrambi gli approcci.

Essa riproduce graficamente la distribuzione di luminosità in una immagine.

Sì, proprio la sua distribuzione all’interno dell’inquadratura: se la luce è al centro, l’istogrammata “montagnetta” ivi sarà collocata, e così via.

Gerard Undone è un recensore di vaglia di apparecchiature fotovideografiche.

Dice tante cose, ma con densità.

Con competenza, senza ridondanza.

Della nuova Panasonic GH6 illustrava gli artifizi volti a tentar di compensare la gamma dinamica intrinsecamente minore rispetto a sensori di dimensioni maggiori.

Così fotografa un esterno da un interno corniciato.

Situazione terribile, di spaventoso squilibrio tonale.

Nel mostrare il risultato inserisce nell’immagine la waveform che il postproduzione software è in grado di visualizzare.

E qui accade il miracolo.

Sì, proprio un miracolo, e sublime: la waveform assurge alle vette dell’Arte, proprio allorquando la fotografia originale scende negli abissi di una tecnica espressivamente insignificante.

Se la fotografia di un esterno visto da un interno – realizzata con proposito esemplificatorio – è oltremodo orribile, la sua rappresentazione grafica in senso quantitativo/distributivo è per converso un’opera d’arte inconsapevole di sè stessa: una meravigliosa, sfaccettata, montagnetta.

Con sinuose onde, ardenti vampate, tese seghettature.

L’arte inconsapevole dell’ignaro strumento, ed insomma, come ho titolato questo brano.

Così la fotografia, così la vita.

Caleidoscopio, sempre.

Luci, ombre, sfuggenti od articolate polisemanticità.

Cose inseguono cose, rotolano, vicendevolmente s’intridono.

Rivolgono, mutano, nuove fisionomie sempiternamente rincorrono.

 

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Claudio Trezzani

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