L’apriscatoledroni

Questo non lo possiamo fare, in fotografia.

Sventrare un treno per palesare l’intero interno.

Certo, potremmo entrare.

Una volta introdotti, tuttavia, ci mancherebbero angoli di campo.

Il pittore invece può.

Paul Gustave Fischer, e in Facebook c’è un ispirato microsaggio di Gianfranco Sanchioni al riguardo.

Svelare il possibile con mezzi impossibili.

Neanche il nudo occhio, da solo potrebbe.

Così la raffigurazione da tabula rasa dilata senza detrimento di plausibilità.

Che vien meno nel mezzo, ma non nel risultato.

Nessuno può vedere così dal vivo, ma la rappresentazione incarna una realtà verosimile, oltre che postulabile.

La fotografia entra nelle cose per altra via.

L’esistente si rivela dialogicamente , non traverso attingibilità.

Il mezzo media, e snudando i suoi confini crea uno spazio.

Se il limen è invalicabile (lunghezze focali, prospettive, profondità di campo), entro esso il linguaggio fluisce e fiorisce.

Possiamo dire cose tramite modi, quei modi divengono semantica pluralità.

Ed anche noi fotografi possiamo comporre.

Non solo inquadrando, ma anche contribuendo alla realizzazione.

L’eccellente Светлана Репка ha postato una immagine.

Chi ha eseguito la fotografia è entrato nella scena prima dello scatto.

L’esistente è tale mercè virtuosa irruzione del ritraente.

Le foglie non si sono posate né per loro volontà né per quella d’Eolo.

Il vestito è là ove si voleva.

L’acqua non accarezza sua sponte.

Il tricologico grafismo si dispiega per intenzione.

Convergenze.

L’azione s’intreccia al caso, la visione immanente è in osmosi con quella trascendente.

Il come soggiace al cosa.

Il cosa s’offre alla rivisitazione di chi guarda.

Ecco la Fotografia.

 

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Claudio Trezzani

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