L’apparente incongruenza

In “La duplice bugia” enucleavo dei fattori – determinati da parametri di scatto – che possono indurre chi guarda una fotografia e non è avvezzo alle prassi tecniche del settore a ritenere manipolata una immagine anche quando non lo è.

In quel caso si trattava di oggetti a torto reputabili illuminati, di acqua resa setosa, di sfocature da movimento.

Tuttavia esiste anche un’area d’intervento in cui il profano, pur non essendo in grado d’individuare l’accorgimento tecnico adottato, riconosce il prodotto dell’intervento come compatibile – dunque, congruente – con un cospicuo numero di raffigurazioni pubblicamente divulgate.

Nella fotografia a corredo di questo brano due caratteristiche che si inseriscono nel solco di questo ragionamento sono la compressione dei piani e la sfocatura selettiva:il non-fotografo ne ignora le implicazioni ottiche ma ne distingue la ricorrenza ergo la plausibilità.

Poi però un terzo aspetto emerge, letteralmente :
la nave pare fluttuare, essere posta nel cielo anziché in acqua, essere avulsa dal contesto.

O dell’imprevedibità del sortilegio.

La realtà non sempre danza con la stessa cadenza.

Il sembiante talora è sornione.

L’orchestrazione del visibile può contenere disarmonie.

Benedette, disarmonie.

Perché una fotografia reca interpretazione all’interno della suggestione.

Come la pittura ha conosciuto negazione della prospettiva ma anche evocazione della tridimensionalità, così nell’ambito fotografico la riproduzione della realtà conserva stimolanti nicchie di rielaborazione psicologica.
Sì, la Fotografia luogo ove la metafora s’incarna.

 

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Claudio Trezzani

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