L’altra metà del cielo

Mao Tse Tung e la fotografia.

Mao Zedong e la videografia.

Cosa c’entra il dittatore originario di Shaoshan con queste discipline?

Sapete, fu lui a rendere celebre il proverbio cinese:

“Le Donne sostengono metà del cielo”.

Da cui libri, film, e ritualizzate rivendicazioni di genere.

Ma in cosa consiste, in fotografia e videografia, l’Altra Metà Del Cielo?

In una contrapposizione di stampo bartalcoppiano di sistemi operativi e programmi.

I fautori dell’ambiente Windows e quelli dell’ecosistema Apple.

Quelli di Photoshop e quelli di…

Quelli di Premiere e gli “alternativi” di…

Perché i tripli puntini?

Perché nel caso dei programmi soluzioni diverse contano più di due unità, mentre circa i sistemi operativi l’accostamento è eminentemente dicotomico (Linux a latere).

Venendo al sodo, epperò, anche la situazione dei programmi risponde ad un accostamento binario, giusto il summentovato approccio bartalcoppiano.

Bartalcoppiano e manicheo.

Proprio manicheo?

Non necessariamente.

Ciò in quanto riguardo ad essi è possibile un diverso approccio: quello della coesistenza, che discende da una valutazione di complementarietà.

Prima i sistemi operativi, e tuttavia.

Sino all’avvento del chip M1 di fabbricazione Apple la differenza era siglata da considerazioni di natura economica: i computer Macintosh costavano di più, a parità di prestazioni, dei colleghi che adottano la piattaforma Windows.

Su questo posizionamento mercantile s’innestava una variegata serie di valutazioni, che finivano per inglobare un ampio spettro di ulteriori caratteristiche rispetto alla mera resa dinamica.

Dall’M1 (niente a che vedere con autostrade o servizi segreti britannici) in poi l’assioma non s’attaglia più all’interezza della produzione.

Se ne discosta soprattutto in relazione all’offerta d’ingresso.

Sì, avete capito: il Mac Mini.

Decine, centinaia d’articoli, a partire dall’avvento di questo chip.

Con riscontri unanimi ed armonizzati tra rilevazioni strumentali ed esperienza d’uso:
a parità di dati numerici (memoria RAM, scheda grafica, frequenza di clock, numero di core) la creatura statunitense “gira” più efficacemente dei concorrenti.

In tutto ciò il fattore discriminante è il prezzo.

Oggidì la configurazione di base del succitato modello è reperibile nuova a meno di ottocento euro.

Ciò sposta i termini della questione.

Il dotarsi di un apparecchio Apple che consente di agire su materiale videografico – più impegnativo da trattare, quanto ad impiego di risorse, di quello fotografico – non configura più una scelta elitaria, bensì una soluzione estremamente concorrenziale sul piano economico.

Ergo, l’affiancamento dei due diversi sistemi operativi appare ora razionalmente praticabile.

A tal proposito, io ho operato nel seguente modo: mentre il mio flusso di lavoro ordinario – ma anche quello fotografico – seguita a transitare su dispositivi Windows, ho approntato una postazione autonoma – abbinata ad un grande monitor appositamente integrato – unicamente destinata alla postproduzione di filmati e pilotata dallo squadrato piccoletto con il pittogramma della Mela Morsicata.

In tal modo questo apparato è in grado di digerire programmi notoriamente e particolarmente esosi quanto ad assorbimento erogativo, e l’azione è resa possibile senza un soverchio sacrificio finanziario, che diversamente mi avrebbe – da un punto di vista logico – costretto ad orientarmi diversamente.

Ecco, i programmi.

Come dicevo in esordio, la contrapposizione avviene anche in relazione ad essi.

La contrapposizione, o l’affiancamento.

I modelli Mac, lo sapete, sono particolarmente ottimizzati – tra i software di postproduzione videografica – per il programma interno alla Casa appellato Final Cut.

Un eccellente realizzazione, che però non può contare – sebbene rappresenti un deciso passo avanti rispetto all’Imovie in dotazione – su di una articolazione di parametri del tutto professionale in ogni aspetto del trattamento videografico.

Per converso, il glorioso Premiere Pro presenta notevoli punti di forza (segnatamente nella fine calibrazione del momento esportativo) ma non funziona altrettanto egregiamente nella sua versione …fruttuale,  e richiede generosità di dotazione anche con il sistema operativo antagonista, a meno di non ricorrere a dati di targa estremi (meglio non sotto i 64 GB di RAM, meglio non sotto i 16 GB di scheda video).

Vi è un terzo incomodo, al riguardo?

Sì, e si chiama Davinci Resolve.

Particolarmente curato nella sezione coloristica, è una alternativa da prendere in seria considerazione.

Del resto la catalizzante funzione di terzo incomodo è presente anche nel lavoro fotografico, e prende il nome di Capture One.

Originariamente creato per i files dei dorsi digitali Phase One, si segnala per la felice messa a punto degli algoritmi trasformativi.

Dunque, è sempre – qui ed altrove – una questione di tavolozza:
non solo in pittura, trarre il meglio da ogni strumento disponibile arricchisce.

Personalmente, uso Windows, Mac, Photoshop, Premiere, Davinci Resolve, Capture One.

In questa telegrafica clip una descrizione semiseria dell’assetto complessivo.

Ciascuno per ciò in cui eccelle, ognuno raccordato in un procedimento coordinato.

Sì, come in una tavolozza cui pennello attinge.

La ricchezza della diversità, ed insomma.

Della complementarietà, in primo luogo.

In meccanica quantistica è cosa sperimentalmente non osservabile in simultaneità.

Nel modo floreale è invece un tripudio per cromatici accostamenti.

Ecco, così in fotografia come in videografia.

Cogliere ogni opportunità, indipendentemente dalla provenienza.

Da ruscelli confluire in fiume.

E da questo al vasto, rutilante mare.

 

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Claudio Trezzani

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