L’alterazione immaginistica

In principio fu il flickering.

Quella roba lì – una questione di frequenze – che delle volte nei filmati le luci ballano ed invece non è vero.

Poi vi fu l’avvento dei fari a led.

Quella roba lì che delle volte nei filmati i fanali delle macchine lampeggiano anche se non è vero, perché la camera incrocia veicoli dotati di luci a led.

Indi la così appellata Realtà Aumentata.

Quella roba lì che ci sono delle cose che non è vero che ci sono oppure vengono deformate.

Vediamo l’intorno dell’automobile – vero – e l’automobile istessa – non vera – in una simulazione che ricostruisce pittograficamente l’immagine della vettura poiché in diversa guisa non si può (le telecamere guardano solo verso l’esterno e non sono staccate dalla scocca).

E il navigatore, e i cruscotti digitali configurabili, e l’head up display…

Abbiamo parlato di dispositivi di servizio legati al mondo dell’automobile, ma questo argomento s’inserisce in un ben più ampio alveo.

Il tema è : il profluvio di elementi visivi che s’offrono a chiunque, dunque anche ai non-fotografi.

La questione reca addentellati tecnici, sociali, psicologici, sinanco fisiologici.

Cose che nascono da un’intento utilitario, ma hanno ripercussioni sulla percezione dell’individuo e sulle dinamiche sociali.

Da fotografi siamo indotti a filtrare il fenomeno sotto la lente della competenza:
quell’action camera sul cruscotto ha una resa vomitevole; quello schermo è dotato di risoluzione adeguata.

Ma accadono fatti contestualmente inediti.

Una ammiraglia tedesca appena presentata introduce il concetto di schermi digitali posti a diverse distanze dal guidatore.

L’esperienza visiva si fa così simultaneamente multiprospettica, al cervello umano è richiesto un inconsueto ruolo di decodifica.

La questione del resto è ancora più articolata, e verte sulla dicotomia – od almeno, sulla differente modulazione – percettiva tra fotografi e non-fotografi.

L’umanità da svariati decenni vede il mondo traverso sale di proiezioni tubi catodici, schermi piatti.

Eppure, troverete ancora migliaia di persone che di fronte ad un piano ritrattistico ravvicinato lamentano la porzione di fronte tagliata, oppure la collocazione decentrata di una figura.

Essi vedono le stesse cose dei fotografi, ma non ne posseggono grammatica e sintassi.

A loro la fotografia serve per un fine terzo, mentre per noi è linguisticamente autonoma.

Ma l’assetto visivo li influenza comunque.

Una rappresentazione chiassosa od una attenuata influenzano lo stato emotivo di chi vi assiste.

Il rapporto tra realtà e verosimiglianza (simulazione plausibile) ridefinisce la percezione del sembiante tout court.

Il linguaggio “passa” comunque, anche verso chi ne ignora i meccanismi interni.

La musica può essere ascoltata anche da chi non sa interpretare il pentagramma.

Un videogioco veicola non solo una dinamica, ma anche una cifra stilistica.

Una cifra stilistica è la mediazione tra lo scibile e l’elaborazione personale di chi vi attinge.

Il summentovato cruscotto plurilivello influisce sulla valutazione del reale perché introduce cadenze inedite.

Il mezzo è il messaggio, quella roba lì di Marshall McLuhan.

Il come influenza il cosa, ed insomma.

La Fotografia filtra in ogni dove, ovunque distribuendo segni il cui ricepimento s’interfaccia al vissuto del fruitore.

Non per ciascuno una cosa è quella, ma il tono la connota pressoché subliminalmente.

E anche una limitata scelta industriale diviene parte attiva di una immensa partitura visuale, tra armonia e cacofonia.

 

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Claudio Trezzani

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