L’agognata autonomia

Avete acquistato una Tesla Model S Long Range?

Be’, allora siete a posto: 610 km dichiarati di autonomia.

Ma è proprio vero?

Andate, se v’aggrada, a verificare le specifiche della Casa.

Loro dicono che il dato è conseguibile viaggiando costantemente ad una velocità di 105 km/h (corrispondente al fatidico limite di 65 miglia orarie vigente in alcuni Stati del mercato natìo) su percorso piano, in assenza di vento, non a massimo carico, con una temperatura ambiente ideale e a condizionatore… spento. Hanno persino approntato una sorta di configuratore non prezzuale che mostra il peggioramento del risultato man mano che viene meno il soddisfacimento dei suesposti requisiti.

Ergo, alto si leva il lamento del milanese che vuole andare al mare: può giusto lambire le sue propaggini.

E con i droni, si può andare al mare?

È stato fatto, ma in termini di assoluta comicità.

Perché la prova si è svolta così:
partiti da un’isola del Pacifico, il volo è durato un’ora e mezza perlustrando un arcipelago.

Peccato che il drone godeva di alimentazione mista elettrica e a benzina.

E che il veivolo era seguito ad un dipresso dal conduttore a bordo di uno yacht.

Sì, avete letto bene: il drone è stato per  tutto il tempo giusto davanti la prua di un natante.

Già vedo la pubblicità per questo portento di tecnologia: un’ora e mezzo di autonomia / asterisco / il risultato è conseguibile solo con l’ausilio di nave non compresa nel prezzo…

Cosa ci rivela questo caso/limite?

I due perduranti problemi – si noti: tali solo per particolari esigenze – inerenti i droni: autonomia e radiocomunicazione.

Vedete la fotografia a corredo di questo brano?

È un fermo/immagine evinto da un documentario sulla sorveglianza aerea della Polizia inglese in occasione di assembramenti di tifoseria calcistica.

Ora – sempre se v’aggrada – portate lo sguardo sull’angolo in alto a sinistra del fotogramma.

Sì, dove c’è scritto “19%” a lato del pittogramma di una pila erogatoria di corrente.

È l’indicazione della carica residua.

Come contestualizzare l’avvertimento?

Presto detto: a breve il drone dovrà atterrare. E non è passato molto tempo da quando la batteria era completamente carica.

In questi giorni  vedete i droni di alcune Polizie Municipali levarsi dal suolo alla ricerca – sacrosanta – di infrangitori delle norme a tutela da contagio batteriologico.

Ebbene, non è la panacea di ogni male: realisticamente, questi utili mezzi non potranno protrarre la perlustrazione per più di una ventina di minuti.

Ciò in quanto le migliori realizzazioni superano a stento la mezz’ora di autonomia in condizioni ideali.

E la faccenda della nave con a bordo il conduttore che brandeggia il radiocomando?

Ecco, sì, la comunicazione tra pilota remoto e velivolo.

Legalmente il problema è subito risolto:
non sussiste perché è vietato far allontanare di tanto il drone da sè.

Uso volutamente una definizione molto generica poiché, sullo scenario internazionale, vi è ancora un ginepraio normativo.

Tuttavia, la questione rimane viva tecnicamente: la comunicazione/radio può venir meno non già per eccessiva distanza, bensì per ostruzione.

Giova allora individuare un ordine di grandezza.

I migliori droni hanno la capacità di mantenere il contatto con il radiocomando per vari chilometri. Tale distanza si può esplicare pienamente o leggermente ridurre al variare di due fattori: il protocollo di comunicazione (in Europa è consentito un sistema di minor raggio) e il tipo di banda (la regola empirica è:  a maggiore insensibilità alle interferenze corrisponde un raggio minore). Ma tutto ciò decade ben presto in presenza di ostacoli.

Immaginate di essere in campagna. Siete nel pieno della legalità di volo perché siete all’interno di una cascina di vostra proprietà, non abitata da altre persone (telegrafica digressione: a queste condizioni è consentito il volo -con le modalità sancite dai regolamenti -persino in questo periodo di limitazioni di natura sanitaria).

Ora vi posizionate a ridosso di un silos, indi elevate il drone al di sopra di esso, lo fate scendere dalla parte opposta e… segnale perso.

Altro che chilometri: giusto una manciata di metri.

Fortunatamente, la maggioranza dei droni non marcatamente in guisa di giocattolo presenta una georeferenziazione che consente un ritorno automatico alla base di partenza dopo che il segnale è stato perduto.

È questa una funzione assai importante, che dovrebbe costituire un discrimine al momento dell’acquisto, che però è suscettibile ad una serie di distinguo riguardo la sua implementazione (ho trattato questo aspetto in precedenti articoli).

Cosa ci insegna tutto ciò?

Conoscere, pianificare, prevedere.

Le variabili in gioco sono molteplici e necessitano di un approccio rigoroso, quasi si approntasse una spedizione militare.

Sì, è necessario essere seri e ponderati.

Lo esige la sicurezza di volo.

 

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Claudio Trezzani

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