La traslazione

Mi scrive l’acuta Ivalda Palazzi: “Creature marine”.

Rispondo:  “Elefanti di mare, trichechi”.

Lo sono?

A Voi il giudizio, vagliando la fotografia montana a corredo di questo brano.

Già, montana.

Rocce emergono da neve, quella neve che per Ivalda e me è mare, mare punteggiato da trichechi.

Ci viene naturale, valutativamente.

Non massi ma animali.

Ciò attesta la circolarità della percezione.

La diffusa possibilità che persone s’incontrino senza prima essersi consultati attorno una medesima qualità di traslazione del reale.

Sì, traslazione del reale.

Avviene anche con i cibi.

Giano & Franci; Franci & Giano.

“Cosa mangiamo oggi?”, così hanno titolato loro – assai pregevole e seguito – canale YouTube.

Buona attrezzatura, di quella tendenzialmente vocata alla cattura in movimento, nonché un peloso filtro antivento.

Mia severa reprimenda sull’incostanza dell’esposizione e della messa a fuoco, ma questi sono dettagli ininfluenti, al cospetto del generale spiccato valore di quanto fanno.

E cosa fanno?

Mettono al servizio della documentazione iconografica dinamica loro prelibate percezioni.

Ancora, percezioni.

Percezioni al servizio della summentovata traslazione del reale.

Che vi è anche al ristorante, stellato o no.

Una tendenza emerge, al riguardo.

Portate che hanno l’aspetto di un alimento, ed invece sono fatti di un altro.

Ma la traslazione continua tra arti.

Tra arti?

Vedete? Il cuoco ha coinvolto Matisse in ciò che propone impiattato.

Reputo abbia fatto bene, il cuoco.

Perché la realizzazione trovo degna dell’ispirazione.

Ma pure con la mera esibizione della materia, si trasla.

Un formaggio iperstagionato che pare montana roccia, vien voglia d’irrorare di Barolo (ma Montanelli non sarebbe d’accordo) come lava su etnea superficie.

Od altra gobbuta superficie, quel crociato velo biancarancio che in guisa di montagna s’erge.

Roccia, montagna.

In “Eliminare il reale” ne parlavo a mo’ di tributo a Thosio Shibata.

O della circolarità della percezione, dicevo.

Benedette le platoniane caverne, o della lirica proteiformita del visibile.

 

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Claudio Trezzani

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