La temperatura delle ombre

La questione è parafilosofica: sono calde, le ombre?

Rivelano calore, è una delle risposte possibili.

Ciò in quanto sono testimoni di una fonte di luce che calore sprigiona.

Sorgente remota – come qui, il sole – o meno (se artificiale).

Ma arriva il calore, all’ombra?

Va misurato, in dipendenza da quanto incidono i suesposti fattori.

Ma come si misura, il calore?

Tastando.

Ecco, tastando.

La fotografia non lo può fare, al contrario della mano.

Può però mostrarlo, il calore.

Metaforicamente ed allusivamente mostrarlo, il calore.

Può, la fotografia, mostrare il calore con il colore.

Sì, il calore con il colore.

Simboli, convenzioni.

Convenzioni che rimandano a sensazione pregressamente esperimentate, epperò.

Così, il rosso.

Ma quando fare ricorso all’idea del calore mediante condiviso codice?

Quando il vissuto di chi ha pigiato il bottone corrispondeva a quell’emozione, ad esempio.

Ed anche l’ora –  arguibile mediante la geometria che l’ombra assume – influenza la percezione: una luce radente richiama  ciò che speranzosamente sarà (il primo mattino) o ciò che malinconicamente ci attende (il crepuscolo).

Quando invece non far ricorso al colore per esprimere il calore?

Quando si reputa l’istanza grafica prevalente per vigore, è solo una delle soluzioni.

Ecco il disegno: l’ombra è involontaria coprotagonista del complessivo disegno entro fotogramma.

Vi partecipa con sovrapposizione che sta all’arbitrio del fotografo governare.

Governare?

“Spostare” giostrando con il punto di ritrazione, intendo.

Così influenzando l’articolazione di “pesi” che la proiezione sortisce sugli oggetti “reali”.

Che poi è il ruolo tout court del fotografo, accantonando la distinzione tra elementi solidi e non.

Siamo alla consueta vertigine psicologica della fotografia: oltre a fare, può parlare con ciò che non può fare.

Usare espedienti per suggerire dimensioni sensoriali fuor dalla sua letterale portata, come il tatto, il suono, il movimento, l’olfatto.

Soprattutto, può congiungere menti, radunarle attorno a presupposti che in ognuno albergano in peculiare guisa.

Ed è da qui che inizia il viaggio: dal contributo individualmente esperienziale di ciascun che guarda.

E sprigionare tutta la sua polisemanticità nell’offire spunti che attraversano discipline e vite.

 

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Claudio Trezzani

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