La Specularità Assoluta

Non ne posso più di Roberto Besana, sono proprio stufo.

Perché la faccenda è: inseguo suggestioni, indipendentemente dalla fonte.

Ergo: m’imbatto in una fotografia che trovo particolarmente significativa, senza curarmi dell’autore.

Ma è ancora di Roberto Besana, mannaggia!

L’unico modo di risolvere il problema sarebbe far sparire dalla Rete ogni immagine di Roberto (Te ne vuoi occupare Tu, caro Giordano?).

Anche perché la scelta – la predilezione – presta il fianco ad aspre reprimende:

  1. sei un nepotista, Claudio.
  2. anzi no, sei un “cliens”, come nell’antica Roma

La 1) è smontata dalla 2)

Roberto è stato un pezzo grosso dell’Editoria, dunque semmai il nipote sono io, ed è lui lo zio.

In alternativa: 3) fai come in un prestigioso sito d’arte francese, ove con mugugni qualcuno asserisce che gli autori “s’incensano tra di loro”.

Essì, il rischio, da parte mia, esiste.

Epperò – Roberto stesso lo sa – io sono persona da muleschi rifiuti, quando non completamente convinto.

E qui lo sono, completamente convinto, eccome.

Perché già scrissi che tra le peculiarità percettive del visibile esiste una particolarità che si situa tra la pareidolia e l’apofenia: lo scambiare il pieno con il vuoto.

Ebbene, nella fotografia di Roberto a corredo di questo brano ciò avviene con una icastica paradigmicità mai da me prima esperimentata.

E a nulla varranno le vostre botte con finalità educativa: dopo comminate, seguiterò asserire che la scritta “Roberto Besana all rights reserved” l’ho apposta su cielo, non sul muro.

Proprio così, cielo.

Per me quel bianco lì è un cielo.

Ergo: ho scambiato il pieno con il vuoto.

Eddunque: sono all’interno di una casa diroccata, sto guardando verso lo squarcio sul tetto che scopre un lattiginoso cielo.

Il pieno con il vuoto, il fuori con il dentro, il mio cervello persiste nell’errore.

Ma è un virtuoso errore, ove la virtù è quella del Roberto fotografo.

Perché per invertire – sorta d’alogenurico negativo, ma di massuale prospettiva in luogo di tonale timbro – una forma ci vuole una buona forma.

Ovvero: una forma sì ben individuata – con l’inquadratura corniciata – per distribuzione di pesi, che anche il suo contrario serbi sensazione di compiutezza.

Eccioè: serbi “senso”, veicolazione di significato.

Vera come muro di casa vista da fuori / plausibile come edificio fatiscente visto da dentro.

Una Assoluta Specularità, come ho asserito nel titolo di questo brano.

Quasi indumentale reversibilità, con la differenza che quando si rivolta una stoffa la funzione permane uguale, mentre nel presente caso la specularità veste novella composizione.

Senza sbavature, bensì con esatta ricollocazione logica di parti.

Come dicevo, io inseguo suggestioni.

Quella generata da Roberto, qui, ha il sapore di una prelibatezza geometrica “a la” Maurits Cornelis Escher.

 

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Claudio Trezzani

https://www.saatchiart.com/claudiotrezzani

 

 

 

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2 Comments

  1. Roberto Besana Reply

    Magnifica interpretazione caro Claudio, perfettamente nel tuo stile che magnetizza l’occhio sulle parole, sullo stile, nel rincorrerle, su cui si va avanti ed indietro per afferrarne compiutamente l’essenza del significato. Mi onora la tua scelta, ed è vero quello che affermi nell’incipit al tutto, ma cosa vuoi che faccia, devo smettere di guardarmi intorno o insistere ulteriormente ben sapendo che la mia risposta è già scritta. Siamo qui in presenza dell’ambiguo che genera la fotografia, come ha ben indicato il grande Vasco per la mia serie legata alla Linea, nella conferma che la realtà non possa essere compiutamente presentata con l’immagine, che lei altro non è che il pensiero di quanto si genera nella nostra mente, nell’attimo della visione legato alla cultura, esperienze, vita vissuta. Grazie e come sempre onorato per la tua attenzione

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