La Sintomatica Quindicina

Nikon FM con su montato il Tamron 17 mm, alcuni anni or sono.

La pellicola si impressiona di un interno  pinacotecale, a Milano.

L’attrattiva dovrebbe consistere in ciò che è appeso ai muri.

Una quindicina di persone.

La conta degli sguardi, ora.

Nove persone sono rivolte ai dipinti.

Tra essi, tre verso l’autoriale firma.

Tra coloro che guardano l’insieme, due sono seduti.

Non costituisce ipso facto garanzia di prolungata rimirazione, ma non v’è bisogno di Philippe Daverio per ricordare che nel caso degli olii l’acquisizione visiva chiama sedimentazione.

Vi è poi un’addetta ai lavori, un giovane che guata la suddetta, due persone che parlano tra loro.

È una discreta media, epperciò la possiamo definire sintomatica.

Non siamo certo ai recenti orrori di scolaresche chine su schermi digitali, fenomeno che mi auguro classificabile

in apicale parossismo asintomatico.

Del resto, aiuta che i convenuti siano prevalentemente adulti, ma debbo anche osservare che a New York vidi più d’un giovane acciambellato a terra, matita alla mano, per riproduzioni dal vivo.

Seguitare nell’analisi ci condurrebbe fuori strada.

Perché qui l’immagine a corredo di questo brano ci serve quale epitome della condizione psicologica del fotografo.

La sala metafora del mondo, ed insomma.

Mondo popolato di cose, di non fotografi e di fotografi.

Mica quest’ultimi sono migliori, tutt’altro.

Tuttavia, l’interno pinacotecale possiamo considerarlo metafora dell’attitudine a vedere.

Facciamo anzi che siano tutti fotografi, quelli della quindicina.

Alcuni colgono occasioni, altri le lasciano scorrere.

Ma noi – continuando nella similitudine – non conosciamo la situazione nella sala nei minuti successivi.

Alcuni magari si riscatteranno della loro precedente disattenzione.

Altri subiranno una curva discendente d’interesse.

Non è un male, a contare è la dinamica globale.

Il mondo è una pulsante incessante caledoiscopica fucina.

Ciascuno ha una mente pronta a far scattare il dito sul pulsante dell’otturatore seguendo un personale, inimitabile percorso.

Chi è fatto per cogliere una cosa, chi un’altra.

Chi la stessa cosa in un modo, chi in un altro.

I fotografi sono ragni aggrappati ad una gigantesca trama.

Da cui possono lanciarsi, anziché risultarne invischiati.

 

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Claudio Trezzani

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