La Sintesi dell’Elisione

In “Beata Isolazione” (Nocsensei, 28 novembre 2020) asserivo che “il mare ama tutte le bolle, ma ciascuna come fosse unica”.

L’apparentemente bizzarra affermazione traeva linfa ed incantamento da una eccellente fotografia di Marco Cavina.

In essa Marco – mercè un 50 mm f 1 – focheggiava su una esigua porzione del medio campo – così scegliendo, tra tutti gli elementi presenti nel fotogramma, un numero virtuosamente ristretto.

Siamo al celeberrimo “less is more” dell’architetto Ludwig Mies van der Rohe, benché generalmente io tenda a non citare direttamente il motto, per quanto usurato esso oggi appaia.

Ma se Marco Cavina opera scelta oculata e felice giostrando con gli strumenti che la tecnica gli mette a disposizione, esistono limiti intrinseci sia nella fotografia che nella videografia.

Le summentovate forme espressive, infatti, recano limiti alla riproducibilità che corrispondono ad altrettanti pregi, allorché lor dosaggio sortisce l’effetto di guidare il fruitore verso territori peculiari eddunque liricamente efficaci.

Se quello di Marco in tal guisa è l’Atto Supremo (dopo aver già selezionato il visibile con il taglio conferito dall’inquadratura, sottrarre ancora mediante un uso mirato della nitidezza), anche le ordinarie situazioni di ritrazione non possono sottrarsi – e meno male che non lo fanno – alla parzialità del reale che ineludibilmente connota le immagini fissamente od in movimento catturate.

Potremmo qui ripercorrere gli addentellati che accostano questa facoltà alla poesia (e alla letteretura in generale), ma ritengo più pertinente alla presente trattazione enucleare i presupposti che guidano il possibile all’interno delle discipline che ci sono proprie.

Lo faccio traverso l’essenziale banalità di una fotografia e di un filmato.

La fotografia è di inequivocabile lettura: uomo regge rotolo di carta igienica.

Lo sfondo è oscuro, e questa è una mancanza nella mancanza: il fotografo può anche includere una cornucopia di fattori (trovandoli od anche mettendoli, e ciò già sigla una ripartizione), ma di quello che c’è può solo mostrare ciò che il mezzo gli consente.

Non il sonoro, non il movimento.

Già la menzione del movimento merita una annotazione: non mostrarlo nel suo fluire può implicare una sua evidenziazione, quasi una sublimazione.

Il pietrificato scatto di una umana movenza; lo scultoreo ergersi di un moto marino.

Il contenuto di ogni immagine basata su di un soggetto animato e dotato di autocoscienza e libero arbitrio, comunque, si sostanzia di una pluriplanarità tonale:

  • il tono deciso dal ritraente
  • il tono apportato dal ritratto.

Proprio tali facoltà accennano ad una prospettiva: se dentro una immagine succedono cose in parte governabili, è utile tali cose prendano sopravvento sulle altre, nella generale economia di ideazione e realizzazione.

Ergo: meno cose equivale a più delineate cose.

Qui – il particolare è modesto e meramente funzionale all’illustrazione del concetto – l’ironia si ritaglia suo ruolo:
rotolo di carta igienica sopra la testa è cosa peregrina, e ciò appare dicotomico con l’atteggiamento serioso del soggetto.

Sir Alfred Joseph Hitchcok s’avvaleva di questo artifizio avvalendosi della voce:
ad inflessione sussiegosa e didascalica poteva corrispondere descrizione caricaturale.

Ecco, la voce.

La fotografia non può, la videografia sì.

Ma può tutto, la videografia?

Ecco cosa le risulta inattingibile:

  • il clima.
  • la dimensione olfattiva.
  • la percezione sensibile esterna all’inquadratura.

Eddunque, la contingente totalità – esito ad impiegare il lemma, poiché limitato dall’umana sensorialità – rispetto alle succitate scelte operabili.

Ancora, scelte.

Ancora, operabili.

E’ bene scegliere; lo scegliere è condizionato dal possibile.

Ribadendo: la parcità di mezzi veicola interpretazioni.

Le veicola tanto quanto le libera.

Così, il filmato.

Le veicola: il soggetto non parla, benchè potrebbe.

Ciò storna distrazioni.

Distrazioni rispetto alla palesità della dinamica.

Le libera: se il soggetto non si comporta come Jacques II de Cabannes de La Palice – non sancisce l’ovvio esternandolo a parole (in questo caso: dicendo che sta camminando con il rotolo in testa) la mente di chi guarda ha maggior agio di spaziare.

Magari considerando – è solo uno degli sbocchi a raggiera centrifughi – che il soggetto palesa l’abilità di non far precipitare il suolo il rotolo pur camminando.

Se chi guarda pensa così, aggiunge ironia ad ironia: all’ironia di avere un rotolo sulla testa, quella di considerare deaumbulatoriamente virtuosistica la supposta abilità di non farlo rovinare al suolo pur in pseudoperiglioso frangente.

Oppure l’osservatore può soffermarsi sulla elementare scelta stilistica di aver predisposto l’esposizione corretta per il punto di arrivo dell’avanzare, non calibrato su quello di partenza.

Quindi, la parzialità ad un tempo guida e scioglie.

Ciò considerato ,vedo formarsi all’orizzonte una variazione semantica di “less is more”.

“different is more”, e piuttosto (già pregusto la pioggia di royalties su codesto slogan di mio conio):
mostrare meno è mostrare differente.

E la differenza, apre.

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Claudio Trezzani

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