La Seppia & La Leica

Fabio Chiesa è una seppia.

Secerne nero, lui.

Lo fa con al collo una Leica M 10 Monochrom.

Attaccato vi è un Voigtlander Ultra Wide Heliar Tipo III VM 12 mm f5, 6.

Ma prima di diffonderci sulla natura … marina del Dott. Chiesa, trattiamo di larghe vedute.

In fotografia quest’ultima definizione ha a che fare con ampi angoli di campo.

Oltremodo insidiosi, essi.

Perché non vi è solo il rischio di una inclusione eccessiva.

Il pericolo alligna anche nell’inconsistenza del primo piano.

Vedete traverso una lente grandangolare non significa appiattire la prospettiva.

Al contrario, consente di ordire seducenti fughe.

E cosa mette in fuga la Seppia Fabio con al collo uno strumento letale?

Sapete, è divenuto un τόπος.

Quello di dire che con gli obiettivi larghi si entra nell’inquadratura.

Ho visto troppe fotografie che contraddicono l’assunto.

Un vuoto vicino; insignificanze lontane.

Fabio Chiesa non cade nel tranello.

E fa di più.

Le fronde raggiungono l’obiettivo.

Proprio così, raggiungono.

Grati, i rami abbracciano il ritrattore.

Ognuno conduce per mano chi guarda verso la sua ima essenza.

Ciascuna fronda mostra la sua storia e la sua condivisa origine, giù nel tronco.

È una gaudiosa esplosione tanto centripeta quanto centrifuga, secondo ove si collochi partenza ed approdo.

O ci si spinge al cuore, o ci si libra oltre.

Metafora del tempo, questa immagine.

Una comune scaturigine, indi ciascuno svetta per la propria strada.

È carnalmente carezzevole, questo forogramma.

Il grafismo non è sterile: sfiora l’epidermide, poi s’addentra nelle segrete cose.

Ecco perché secerne nero, la Seppia Fabio.

Fa parte della sua cifra stilistica, anche in altre fotografie.

Ma qui la fonda neritudine del tronco fa balenare il denso mistero della Vita.

 

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Claudio Trezzani

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