La Scrittura Marina & il Dji Mavic 3

Chi scrive dopo il conseguimento della patente dronuale si è messo in cerca di un Dji Inspire 2 usato.

Inspire 2 nella prima versione, onde risparmiare denaro.

Quello con il modulo Zenmuse X 5 di prima declinazione, con 16 MP e un sensore di taglia / consorzio  micro quattro terzi (Olympus, Panasonic, ed ad un certo punto, Blackmagic).

Ecco, la taglia dei così appellati quattro terzi.

Che non esprime la ratio tra i lati, bensì misura la diagonale del sensore.

Prima, con l’Inspire 1, il sensore era troppo piccolo.

Dopo, con i droni prosumer, il formato quattro terzi non è mai stato raggiunto, limitandosi ad un pollice.

Scandagliando il mercato dell’usato ho trovato solo esemplari Inspire dotati del successivo modulo X 7 (o, al contrario, con il vecchio minuscolo X3).

Più cari, dunque mi sono provvisoriamente astenuto dall’acquisto.

Ora che le specifiche costruttive del Dji Mavic 3 di futura commercializzazione sono state rese note nei dati salienti, tra cui l’agognato sensore quattro terzi, parrebbe delinearsi una soluzione alle mie esigenze.

Ed invece, no.

Perchè no?

Per spiegarVelo debbo partire da Tokyo e dalla Scrittura Marina per falsi ideogrammi.

Scrittura marina per falsi ideogrammi?

Sapete, l’ideale per visitare Tokyo sarebbe essere al fianco di un giapponese di particolare valore come Ryuichi Watanabe.

Epperò, anche da casa possiamo spiare quanto succede nella metropoli del Sol Levante mercè Google Earth.

E’ stato così che ho scoperto la Scrittura Marina per falsi ideogrammi.

Lo vedete nell’immagine allegata a questo articolo.

La distesa di chiatte vista dall’alto pare una sequela di ideogrammi scritta sul mare.

Dall’alto, da troppo in alto.

Dalla quota di ottocento metri, ben al di là dei limiti legali definiti per i droni.

A meno che non si disponesse di una focale superultragrandangolare, di quelle che non sono ancora fabbricate per i droni: non si arriverebbe ugualmente – rimanendo nelle altezze consentite – alla visione d’insieme, ma certamente l’esteso angolo di campo permetterebbe di abbracciare un maggior numero di natanti.

Focali grandangolari come fine auspicabile, eddunque?

No, per niente, tutto il contrario.

Ciò ci conduce al nuovo Mavic 3.

Che il nuovo grande sensore abbina ad un obiettivo dotato di angolo di campo di 84 gradi (corrispondente ad un 24 mm sul formato Leica), mentre l’obiettivo che – nel modulo sospeso sul gimbal – lo sormonta è sì di lunga focale (15 gradi di FOV), ma interfacciato ad un lillipuziano sensore 1/2″, di poco più grande di quello di una compatta entry level.

Dunque, non ci siamo ancora.

Intendiamoci, vi sono ragioni tecniche per questo.

Dotare il Mavic 3 di una baionetta ad obiettivi intercambiabili davanti al sensore principale avrebbe comportato un aggravio di peso, e soprattutto la necessità di provvedere ad una calibrazione assiale distinta per ogni lente montata.

Nello stesso tempo, abbinare la focale lunga ad un sensore più grande di quello da 1/2″ avrebbe parimenti implicato una lievitazione dimensionale incompatibile con la destinazione d’uso di questo drone.

Sta di fatto, epperò, che così non ci siamo ancora.

Non può essere uno strumento davvero professionale, così, il Mavic 3.

Nessun professionista, a terra, lavora solo con un 20 mm, un 24, un 26, un 28.

Eppure sono queste le focali che sino ad ora sono state proposte nei droni prosumer.

Con l’eccezione del Mavic 2 Zoom, che però reca ancora il sensore minimo da 1/2,3 “.

Ergo, l’attesa si prolunga.

Sino a quando si potrà inquadrare in cielo cose viste come l’occhio umano fa, od ingrandite.

Cosa che a terra si può ottenere spendendo anche solo cento euro, mentre lassù è ancora inaccessibile, a meno d’avvicinarsi a cifre con otto zeri.

Se e quando accadrà, ci si sarà finalmente affrancati da una concezione di stampo aeromodellistico per approdare ad un approccio di linguaggio genuinamente fotografico.

 

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Claudio Trezzani

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