La rivincita del gabbiano

Retoricamente mi chiedeva l’eccellente scrittrice Adriana Gloria Marigo, giorni fa: “Dove sono i fratelli Mazzarditi?”

Il giocoso interrogativo si riferiva a una delle due fotografie a corredo di questo brano, quella raffigurante uno dei due castelli Malpaga, vicino Cannero.

Furono cinque fratelli, e furono pirati.

Io risposi: i pirati ora sono i gabbiani.

Ed infatti nella mia summentovata dronuale immagine un gabbiano troneggia sopra gru, con dimensionale preponderanza indotta dalla prospettiva.

E sì, i Caradriiformi imperano, oltre a troneggiare.

Lo fanno in virtù delle relazioni geometriche, qui.

Ma anche sul tempo – la loro epopea avifaunistica sopravvive alla caducità d’umane dinastie e destini – e sulla tecnologia.

Sulla tecnologia?

Sì, essi signoreggiano non solo sul passato, ma anche sul futuro.

Sapete, alcuni d’essi attaccano i velivoli a pilotaggio remoto.

Occorrerebbe ripopolar di falchi ed aquile, salvo prima sincerarsi delle loro intenzioni future circa i mandanti.

Basta, quattordici righe di mera premessa, inessenziale prodromo dell’unica fotografia che conta, qui.

L’ha realizzata Himanshu Mestry, e trabocca di sapienza e sensibilità.

Anche qui, l’illusorietà relazionale dei piani focali, con maestria giostrata: l’uomo è il più grande di tutti, ma non tutti i viventi entro il fotogramma sopportano concedergli il primato.

L’uno platealmente, l’unico altro sottilmente.

Il fuoco è sul gabbiano uso a sottilità, ovvero più ad alludere che illudere: la comparazione con l’umano lo rende solo di poco irrispecchiante le misure intrinseche in gioco.

Ma – se V’aggrada – lasciamoci pure alle spalle platoniche caverne e petrarcheschi sembiante: l’occhio vagheggia perdersi in cadenzate grafie, qui.

Sì, cadenzate, qui.

Siluette come i parci segni di un haiku.

O tessili arabeschi.

Od escheriane costruzioni.

Solo che qui c’è l’onda.

Sì, l’onda.

No, non del sottostante mare.

E’ che volteggiando curvano, i gabbiani.

Pesatura è, ma lirica.

Pieghe arrotondate, ma ossimoricamente affilate.

E’ la potenza del segno nella generale orchestrazione dei ruoli.

Non vi è più intellegibilità, verosimiglianza.

Siamo approdati agli astratti territori della coleridgiana suspension of disbelief.

Orsù, lasciamoci cullare da Himanshu.

La sua opera avviluppa senza ondeggiare.

E cullando, sferza.

 

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Claudio Trezzani

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