La risonanza psicologica

Colin Wiggins è Special Projects Curator alla londinese National Gallery.

Passando in rassegna il lavoro di alcuni impressionisti, tira in ballo la psychological resonance, la reazione emotiva ai colori di chi guarda.

Parla del rosso come intimazione a fermarsi, del verde come concessione a muoversi, del giallo come sintomo di felicità, del blu come tristezza.

E dice che i girasoli di Van Gogh ficcati dentro il periodo blu di Picasso non sortirebbero lo stesso effetto.

Già, il blu.

Gli anglofoni hanno una espressione idiomatica: “To have the blue devils”.

Essa indica uno stato d’animo improntato a dolenza.

Semanticamente, è da qui che deriva l’etimologia del blues, quelle dodici battute nella musica jazz in cui si registra l’ambiguità umorale determinata dall’utilizzo delle blue note, che rendono evanescente la distinzione tra modo minore e maggiore.

Ecco, ambiguità umorale.

Qualcuno suona o canta il blues, ed intona una terza maggiore simboleggiando solarità, ma più spesso una terza minore od una settima minore onde palesare mestizia.

O in un corale di Bach, ove proprio alla fine il passaggio al maggiore determina una inattesa e potente schiarita.

Qualcuno, scrivevo.

Una percezione individuale ondivaga, in uno stesso soggetto.

Ma se – sia musica od arte visuale – le percezioni individuali possono mutare – e ancor più distinguersi tra diverse persone – figuriamoci quando è la temperie culturale a cambiare, con l’avvicendarsi di periodi storici.

Ed all’interno di una stessa epoca, le differenze sono legate alle specificità di una determinata area geografica.

Esistono colori che paiono avere un impatto emotivo attingendo alle pulsioni interne, ancestrali di un individuo, così configurando un filtro percettivo pre/razionale.

Vi sono altresì colori che assurgono un significato collettivo per convenzionale codificazione.

Sono questi ad essere più sensibili a variazioni, anche antipodali, sino ad esprimere talora morte, talora vita a seconda del contesto.

Volendo suscitare una maggiore intensità della reazione, una strada è rappresentata dal ricorso al viraggio.

Caso evidente ne è la riproduzione a corredo di questo brano della Pettinatrice di Degas.

Anche la Fotografia può – più agevolmente nel digitale che nell’analogico – fare ricorso a questo mezzo.

Ma – come assai propriamente sottolinea il Maestro Berengo Gardin – il DNA della Fotografia è l’istanza documentaria.

Così, in una vibrante giornata presso il ligure – la stessa terra amata da Berengo – Passo del Fajallo (siamo alla fotografia allegata a questo articolo) i colori sono presentati con una relativa fedeltà a ciò che era attingibile dall’occhio umano.

Un’altra espressione che gli anglofoni usano è “To speak for itself”.

E tuttavia, come abbiamo visto, non parlano allo stesso modo per chiunque.

Addirittura, se questo chiunque potesse viaggiare in una macchina del tempo, in certa misura il diverso condizionamento ambientale lo indurrebbe a variare la prospettiva.

In certa misura, ovvero in limitata misura.

Ché poi c’è il Regno dell’Inconscio.

Che si nutre tanto del vissuto che del retaggio.

In tal modo, in Fotografia ogni volta l’impatto che una immagine ha su chi guarda non è per nulla scontato.

Ecco, la Fotografia: essere pure perentori, ma lasciare la porta aperta.

 

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Claudio Trezzani

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