La relatività del cielo.

“Il cielo pian piano si sollevava e cominciavo a vedere Monte Pellegrino”.

Il cielo si sollevava?

Lo dice Simonetta Agnello Hornby in “Siamo Palermo”.

Cosa significa?

Stava scendendo da una collina in automobile, Simonetta.

Man mano che la vettura guadagnava la pianura, il cielo sembrava sollevarsi poiché – a parità di orientamento frontale – esso occupava una porzione minore del visus.

Ecco, “sembrava”.

Essere o apparire?

La distinzione può essere sottile.

La letteratura ha a disposizione le così appellate figure retoriche.

Tra di esse vi sono i tropi, e la metafora ne è parte.

La faccenda del cielo che si solleva può – largamente intendendo – essere annoverata entro i confini di quest’ultima figura, con un retrogusto di allegoria ed una spruzzata di ipotiposi.

Dunque le figure retoriche configurano eccezioni per dilatazione.

Le parole entro regole suonano strette, e ci si gioca per espanderne plasticamente il segno.

Ci si siede in mezzo all’essere e all’apparire e si dà di gomito un po’ di qui e un po’ di là.

E in fotografia/videografia?

Se v’aggrada, guardate il video che accompagna l’articolo.

No, non ho accelerato il movimento.

Le nuvole si muovevano veramente a quella velocità.

Ma guardiamoci un poco dentro, all’avverbio “veramente”.

Perché il filmato consta di tre sequenze, e le prime due mostrano esattamente lo stesso flusso, ritratto in modo temporalmente consecutivo.

Perché allora nel secondo caso le nuvole “sembrano” camminare più in fretta?

Perché è variato il rapporto d’ingrandimento.

Cosa è “vero”, allora?

Ciò che vede l’occhio nudo, la focale media, la focale lunga?

Sapete, è tutta una poderosa cavalcata verso la proteiformità del sembiante a partire da comune scaturigine.

Già senza mediazione meccanica, il veduto si presta ad irraggiamento cognitivo.

Una stessa cosa diversamente interpretata.

Si tinge il fuori di ciò che si ha dentro.

Figuriamoci quando appendici moltiplicative elevano il conto del possibile.

Lo fanno, epperò, senza discostarsi da una complanarità concettuale.

Loro dilatano il segno, come abbiamo visto fare la retorica.

Ma non lo tradiscono, il segno.

Sono lì a dire: vi mostriamo la scala di grigi, l’allungamento di focale, la dominante cromatica, ed altre cosette così.

Ma è una differenza che non smentisce la direzione intrinseca, la nostra.

Siete voi – seguitano nel discorso gli accorgimenti tecnici di fotografia/videografia – che date l’impronta al veduto.

Tutto parte dalla vostra testa, soggiungono.

Sì, è così.

Il fotografo con lo scatto consegna una scatola magica.

L’aggettivo si deve all’alchimia che s’agita poi.

Nella testa d’ognuno, a rimirazione in corso.

 

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Claudio Trezzani

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