La Pre-Azione

Sapete, i turisti che fotografano.

Istanza documentaria, ma annacquata.

Felici d’aver sancito un “esserci anche noi”.

Ecco la prova che eravamo lì, pensano.

Bella la foto perchè abbiamo fotografato una bella cosa, pensano.

Bella e coinvolgente nella misura in cui attesta una emozione collaterale, pensano.

Chi concepisce la fotografia in guisa di linguaggio ragiona diversamente.

Ai turisti con dispositivo di ritrazione appeso al collo obietterebbe:
ti sei messo davanti al monumento (o qualsivoglia altro oggetto), hai premuto l’otturatore, …e allora?

Già, allora.

Allora, niente.

Sei stato mera estensione, neutra propaggine.

Messo davanti, dicevo.

Brutale frontalità quale epitome di assenza di coinvolgimento interpretativo.

Ma si è più coinvolti se si gira attorno all’oggetto?

Se si gira, e solo ad un certo punto della circumnavigazione si abbassa l’indice sul pulsante?

Ecco, è eminentemente una questione di scelta.

Prospettiva angolata non sufficiente a sancire valore, ma almeno comprovante intenzione di ricerca.

Una pre-azione, ed insomma.

Beninteso, è pre-azione – in positiva accezione – anche se – dopo aver circumnavigato – si opta ancora per una ritrazione frontale.

In sintesi:

  • esplorazione prospettica condizione necessaria ma non sufficiente
  • visione frontale potenzialmente negativa ma possibilmente pregevole
  • visione angolata potenzialmente positiva ma possibilmente pregevole.

A corredo di questo brano abbiamo tre immagini.

In progressione, sono bi / bi tri / tri

Bi / bi tri / tri?

Sì, perché l’orientamento della fotocamera orienta la visione di chi guarda.

Nella fotografia che raffigura una superficie asfaltata con tracce residue di vernice rossa e gialla – possiamo definirla bi – siamo ad una insussistenza che si volge all’ancillarità.

Insussistenza che si volge all’ancillarità in quanto l’immagine – quasi una parodia di bidimensionale piattezza – può recuperare ragion d’essere nel costituire texture, dunque essere subordinata ad altra immagine cui puotesi annettere.

La seconda fotografia è invece bi tri poiché nonostante la prospettiva di visione sia ancora completamente frontale, le pieghe nelle foglie evidenziano la tridimensionalità che è loro propria planarmente.

L’ultima fotografia è tri per il fatto di contenere una marcata fuga prospettica che si sviluppa in diagonale.

L’esistente permette pertanto di giostrare con le prospettive, a loro volta rivelatrici della pre-azione insita nello sceglier vagando, con i piedi e con l’occhio.

Torniamo epperò – sempre V’aggradi – a parte del pensiero che ho attribuito ai turisti che fotografano: bella la foto perché abbiamo fotografato una bella cosa.

Ecco, non proprio.

La bella cosa lo è intrinsecamente.

La foto della bella cosa è bella solo se reca stimmate di linguaggio.

Ciò implica un processo, come amano dire gli americani.

Processo che parte dalla summentovata pre-azione.

Parte dalla pre-azione, e può sfociare oppure no in una azione.

Già, se una pre-azione indica volontà di linguaggio, una successiva azione può perfezionare o svilire il percorso intrapreso.

Ma cos’é una azione rispetto ad una pre-azione?

Partecipare per addizione, ad esempio.

Modellare l’inquadratura aggiungendo oggetti, intendo.

Poi vi è l’azione per antonomasia.

Che consiste nel catturarla, l’azione, piuttosto che determinarla.

Ed è una azione (altrui) che s’innesta sulla propria, la quale a sua volta può o no contenere una pre-azione (e viceversa).

Il che sarà oggetto d’ulteriore trattazione.

 

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Claudio Trezzani

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