La plastica in Fotografia

La plastica in Fotografia?

Così enunciato, arduo afferrarne intendimento.

Principio allora dalle automobili.

Quanto ad Ere Geologiche, siamo lontani da Pleistocene ed Olocene.

Ma non siamo più nemmeno all’Età del Ferro.

Qualcuno ha definito l’odierna Età del Silicio, ma tra le summentovate due si situa quella della Plastica.

Quando essa è apparsa massicciamente negli abitacoli delle autovetture si è subito deprecato un percepito decremento della qualità.

La sensazione indi si è snodata nei decenni, fino al conio di quel cacofonico neologismo che risponde al suono di “plasticoso”.

Poi, occorre discernere.

Perchè contano anche assemblaggio, finizione, qualità e proprietà intrinseche.

Se vogliamo erigere un archetipo, tuttavia, serbiamo pure menzione del succitato aggettivo “plasticoso”.

In accezione metaforica, reputo ben renda l’idea di un discrimine tra insignificanza e pregnanza in Fotografia.

Sapete, vi sono siti di condivisione fotografica che meritano – demeritano, dunque – in larga misura la definizione di “plasticosi”.

Per approfondire il concetto, occorre qui introduca ulteriori vocaboli e locuzioni.

Il primo è “calligrafia”.

Secondo l’etimologia greca, sarebbe una bella cosa.

Bella scrittura, letteralmente.

Epperò in senso lato l’espressione designa una degenerazione: qualcosa di esteticamente appagante di primo acchito, ma tendenzialmente vuoto di contenuto.

Plastica invece di carne, ed insomma.

Ma torniamo ai termini greci.

Lo stesso καλος che in “calligrafia” esprime in radice la bellezza, fa parte della locuzione καλος και αγαθοσ.

Un concetto suscettibile di dilatazioni, se ne discetta da secoli e il filosofo Galimberti c’è l’ha tuttora in bocca in svariate occasioni, per non parlare dell’attenzione che ne profuse Eco in un breve saggio.

Qui non riporto la traduzione letterale, ci condurrebbe fuori.

Mi ancoro piuttosto al senso elitario che gli attribuiva Platone.

Una cosa da fare, ma non per tutti.

Un cammino verso elevazione, una anabasi.

Ecco, le fotografie a corredo di questo brano a firma Marc Apers e Marcel Mellema non sono “plasticose”.

Sono autoriali nel senso più arioso del termine.

Denotano consapevole orchestrazione di grammatica e sintassi declinata secondo coordinate d’iconografica sapienza.

Sì, stando così le cose possiamo scomodare la parola Arte, e definire il risultato Poesia.

Una vibrazione che nè rifugge nè persegue letteralità, bensì letterarietà.

Perchè Marc – non è la prima volta che lo menziono in questa rubrica, le sue opere si prestano allo scopo – non è certo letterale, inseguendo piuttosto quella che definirei una Intellegibilità Relativa, il porre al servizio di una visione tanto eterea quanto vigorosa una tavolozza di strumenti raffinati e sorvegliati.

E Marcell, il sublime cesello.

Qui la leggibilità letterale c’è, ma convogliata a Celeste Astrazione.

Perchè non un tono, non un dettaglio, sfugge ad un sapore pittorico che infonde linfa ad un personale stile.

Stile?

Parrebbe riduttivo.

Ed invece no, ove consideriamo l’etimologia latina del termine.

Da stilus.

E’ l’aggeggio con cui gli antichi romani scrivevano, e pungeva.

Ecco, è tutta qui la faccenda.

Chi è in grado di realizzare fotografie autoriali scrive e punge.

Lascia un segno, incidendo e sferzando.

No, niente plastica, qui.

Navigate estensivamente i siti di condivisione fotografica, se v’aggrada.

Ma ricercate lo stilus che punge, piuttosto che la plastica.

 

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Claudio Trezzani

https://www.saatchiart.com/claudiotrezzani

 

 

 

 

 

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