La maledizione di Bisbino

In “La Polvere Consapevole” argomentavo come tutto deperisca sino all’estinzione, ma la differenza è data dalla conscietà.

L’eterno solfeggio, il sempiterno roteare delle cose sigla l’avvicendarsi di materie animate e non, e tra le prime l’umano giganteggia per relativa consapevolezza.

Per la facoltà di sapersi collocare, in un’unica espressione.

Così, in una Fotografia – dicevo con parole dissimili dalle seguenti, ma di medesimo significato – è l’intenzione ed il pensiero umano a generare non solo il desiderio di fissare, ma anche quello di rivivere.

Poi però c’è Bisbino.

Un monte, una motonave sul lago di Como.

Sul lago dinamicamente navigando.

Ma quando si ferma, espelle umani.

Non sa di farlo, eppure lo fa.

La fotografia a corredo di questo brano, benchè in forma di collage, rispetta per l’ennesima volta la talebanica, iconoclasta norma che prevede celatura dei volti, anche se il soffio vitale ne risulta mortificato.

Ma il leitmotiv è in una scritta.

Bisbino, appunto.

Hanno un bel palpitare, le transitanti persone.

Brisbino è sempre lì.

Certo, è convenzione dietro cui c’è anche lì l’umano: qualcuno decise il nome, e l’appose.

Ma quel Bisbino lì è giusto un manufatto.

Manufatto imprescindibile, e tuttavia.

Ecco allora il gioco, anche se dolente: tenerlo sempre Brisbino.

Farlo pietra angolare, sorreggitore del tutto, collante.

Il solfeggio, stavolta, reca una nota ricorrente.

Stessa durata ed altezza.

Simile collocazione, un annoiato trionfare.

Ecco allora, la Fotografia: s’occupa di segni, con il portato di disumanizzazione che può comportare.

Ha per anelito, per vigoroso afflato immortalare azioni, la Fotografia.

E però, non prescinde dai segni.

Da grafismi, geometrie, pesature.

L’economia non sempre esprime compiutezze volute.

Volute dal ritrattore, non necessariamente dal soggetto, quando è oggetto.

Ed insomma, la realtà.

Tutto crogiola, ribolle, rimesta.

Il fotografo immerge il cucchiaio, sceglie ma non separa.

Ma aderire non significa ipso facto svilire.

 

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Claudio Trezzani

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