La Macchina del Tempo

Eccomi mozzo di nave, mai definizione nautica potesse applicarsi a terricolo cantiere.

D’altronde, il reticolo di lignee assi nella fotografia a corredo di questo brano pare proprio alludere allo scafo di una barca, scoperchiando l’opera viva.

Vedete le freccette rosse?

Grazie d’aver gettato lo sguardo proprio lì.

Io sono quello in basso a sinistra.

Indicato dalla freccia orizzontale, mentre quella obliqua, sopra, segnala la presenza di mio nonno Lucio Zanoncelli.

Anni trenta del secolo scorso, ed insomma.

Il che ci porta a considerare: non è vero che lo pseudo mozzo di nave in basso a sinistra sono io.

Nato nel sessantatré di quello stesso secolo, non avevo ancora visto la luce.

Mio nonno, ed invece, è proprio quello indicato dalla freccia obliqua.

Arguibilmente, la mia inserzione è il frutto di una postproduzionale fusione: quella del mio viso con il volto originale presente nell’immagine.

Perché ho fatto questo?

Plurime, le ragioni.

Attengono alla Storia, senza trascurare struggimento.

Onde esplicare, giova enumerare.

Il fattore storico, dapprima.

Il cantiere è relativo all’edificazione del così appellato Teatro Gaffurio, a Lodi.

Sapevo essere stato istituito un comitato, a riguardo.

E che mio nonno ne faceva parte, così come attestato dalla fotografia.

Ciò che non sapevo è che Lucio Zanoncelli era più d’un primus inter pares.

Era il dominus della situazione, ho successivamente appurato.

L’ho appreso da una perentoria asserzione.

Agenore Bassi, “Lodi tra storia e cronaca”.

Pag. 97, ove s’afferma: “su iniziativa di Lucio Zanoncelli”.

Nominato lui, non altri.

Sua l’idea, sua la fattiva attivazione.

Sapete, recentemente un felice narratore che prediligo ha detto che le fotografie d’epoca sono crudeli.

Perché nel fissare paradossalmente rivelano caducità, intendeva.

Non mi trova consonante, sul punto.

Del resto – è un altro filone di cogitazione sviscerabile in questa trattazione – allora si aveva davvero il senso del durare.

Cose fatte per persistere, banalmente.

Ma anche persone fiere del loro percorso, con in mente la facoltà di sopravvivere a loro stessi.

Pose scultoree, e non è solo perché allora la fotografia non apparteneva ancora a noncurante quotidianità.

Era tempo in cui Giuseppe Ungaretti, declamando, ruggiva.

E i contadini avevano visi da arboree rughe solcati.

E di legno, di quercia, erano pure i temperamenti.

Portato dei patimenti, era.

Solennità scevra da retorica.

E anche i fotografi sapevano d’esser sopra il quotidiano.

Così, fotografavano con accuratezza.

Ditta Celso, nella fattispecie.

Bene nominare, perché quello era anche il momento del fiorentino Studio Alinari.

Mica come ora, un tap sullo smartphone e via.

Attengono alla Storia, senza trascurare struggimento, scrivevo.

Ecco allora un’altra ragione: mi sono inserito nell’immagine perché la condizione umana è quella di dilaniarsi dentro uno iato.

La mente potentemente spazia, il corpo è consapevole della tragica transitorietà.

E no, le fotografie non sono crudeli.

Forniscono indizio d’immortalità, ed invece.

E in quella ci sono anche se non c’ero.

Perché lo struggimento è: desiderare di conoscere chi non è più.

E chi non è ancora nato, tutti vorrei abbracciare.

 

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Claudio Trezzani

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