La Fine Modernità

Una perla da perla, ne debbo estrazione all’affilata coperlacea intellettuale Laura Dal Moro.

Mi riferisco a questa fotografia odierna allestita in stile retrò.

No, non è vero.

Perché l’immagine è del 1891.

E ritrae uno nato nel 1860.

Ed è stata fatta da persona della classe 1855.

Solo recentemente colorata – con sopraffino gusto, e finalmente si è approdati ad una riproduzione plausibile dell’incarnato – da Klimbim – ma questa è un’altra storia.

Sì, proprio un’altra storia.

In quegli anni lì remoti ci si dipingeva, mica ci si fotografava.

Mannò, qualcuno già c’era.

Quel qualcuno è Alexander, fratello di Anton.

Anton Pavlovic Cechov, il sommo.

Si direbbe, e l’argomentazione non appare del tutto peregrina: si mangiava peggio (lo diceva anche Anton, e di Taganrog menzionava pure l’acqua inquinata), ci si curava peggio.

Le tribolazioni che segnano il fisico, quelle robe lì.

A maggior ragione se il modello è uno che a cinque anni si chiedeva ogni mattina: “oggi sarò picchiato?”.

Eppure soffia il vento dell’umana levità, qui.

Moderna nel senso del parziale affrancamento dalla materica arretratezza.

Elegante nel senso d’alatità che sorvola le paludi del regresso.

Sapete, alcuni bambini credono che il mondo era in bianconero quando le fotografie erano in scala di grigi.

O che gli esseri umani erano giganti, se nel medioevo erano dipinti grossi quasi come le case.

Io lo so che non è così.

Io so che l’uomo era vispo anche ieri, un secolare ieri.

Modernità è essere il meno possibile figlio del proprio tempo.

Modernità è protendersi.

Anton Pavlovic Cechov ci riusciva.

La fotografia a corredo di questo brano ce ne fornisce sottile indizio.

Sarà per questo che il macerato drammaturgo, con il suo gabbiano del 1895, vola ancora.

 

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Claudio Trezzani

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