La Dronuale Arte

Il mondo delle ritrazioni dronuali – in pieno fermento tecnico per ciò che attiene alle apparecchiature, e giovantesi di sempre più numerose pregevoli professionalità tra i conduttori – soffre però ancora marcatamente di sgrammaticature, ove lo sguardo si volga al linguaggio.

Sgrammaticature?

Sapete, i nostri deliziosi oggetti volanti nascono per volare, prima che per catturare.

Ciò ha determinato una fase pioneristica in cui l’attenzione era focalizzata sul gesto aviatorio, non su ulteriori possibilità.

La transizione verso l’ambizione rappresentativa è tuttora gravida d’indesiderabili scorie.

La scoria più fastidiosa – quella che mina il fondamento dell’espressione – è la summentovata sgrammaticatura.

Essa s’esplica primieramente nelle inquadrature non curate, geometricamente e “pesisticamente” scorrette o sbilanciate, e ciò avviene sia nelle fotografie che nei filmati.

Ma il linguaggio consta anche – tra i suoi molteplici aspetti –  di sintassi e semantica, ed è qui che rifulge Anton Shvain.

Il primo pregio di Anton è proprio quello di coltivarlo, il linguaggio.

S’eleva al di sopra dell’istanza documentaristica, Anton.

Ed oltre a nutrire l’intento di personale visione, Anton approda ad astrazione.

Neve, strada, automobile gioiosamente si spogliano della loro connotazione meramente funzionale per vestire i panni del puro segno.

Vedete, ho titolato questo articolo “La Dronuale Arte”.

Raramente la definizione s’atttaglia al mondo dei droni, ed è perfettamente comprensibile ed appropriato che sia così: parliamo un ambiente di nobile artigianato – fiorente di opportunità e proteiforme nelle facoltà – non di una attività che abbia per fine primario od addirittura escatologico la realizzazione del Sé.

Ma con Anton Shvain sì, siamo all’Arte Dronuale.

Perché quando il mezzo è al servizio di una ispirata concezione l’elevazione è metaforica, oltre che aerea.

Sì, con Anton il platoniano iperuranio è meno lassù, di quanto si pensa sia.

 

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Claudio Trezzani

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