La divulgazione generalista e non

In “Virtuose disposizioni” principiavo con una telegrafica elencazione di frasi involontariamente comiche proferite da fotografi non particolarmente addentro alla materia.

Avrei potuto proseguire, e lo faccio qui con una singola ulteriore esternazione: “una fotografia è fine art quando è stampata su carta costosa”.

Si trattava e si tratta, epperò di conversazioni private, prive del beneficio / danno della moltiplicatoria propalazione.

Moltiplicatoria propalazione che è propria dei mezzi d’informazione.

Cartacei, o digitali.

Già, cartacei.

Carta canta villan dorme, dicesi.

E a prescindere dal supporto di riferimento: scripta manent.

Ma è sempre opportuno destare il villano, o far permanere ciò che si è asserito?

Non quando si commettono errori, evidentemente.

Siamo eddunque approdati all’editoria sì appellata generalista.

Nonchè a quella non.

Sapete, non tutti sono Indro Montanelli.

E, nella specificità fotografica, non tutti sono Gerardo Bonomo.

E certi vizietti sopravvivono ad epoche.

I vizietti di non approfondire, di non documentarsi a sufficienza.

All’estremo e alla radice, di non sapere.

Già, non sapere.

Nel settore generalista il fenomeno – sebbene non scusabile – è almeno comprensibile:
redattori vengono estemporaneamente incaricati di “coprire” ambiti dello scibile non espressione della loro pregressa formazione.

In quello specialista o para/specialista, be’, qui siamo al manzoniano scandolo (sì, con la “o”).

Rimaniamo allora , se V’aggrada, all’ambito para/specialistico, ove il prefisso greco stempera, annacquandolo, il summentovato manzoniano scandolo.

Due casi separati da sessant’anni, a testimonianza che i succitati vizietti tendono pervicacemente allignare.

Primo caso: obiettivo considerato luminoso in ragione di una apertura massima attestantesi a f 5,6, direttamente contrapposto ad un “buio” f1,8, definito tale proprio a cagione dell'”esiguo” numero che esprime…

Secondo caso, quello odierno.

Sapete, i costruttori di telefonini sovente si vergognano della superficie sensibile dei sensori che montano, così capita non ne dichiarino l’estensione.

Qualcuno, in un sussulto di trasparenza, nomina risoluzione e densità, così fornendo un indiretto indizio alla disvelazione dell’arcano.

Ebbene, un sito – nel titolo come nel testo – si diffonde sulle peculiarità di un “sensore 35 mm”.

Sensore 35 mm?

Sì, d’accordo, nel modo analogico tale cifra designa l’altezza di una pellicola cinematografica, e – per estensione – viene a convenzionalmente indicare il formato Leica in fotografia.

E sì, concedo: nei droni come nei telefonini può verificarsi l’univoco abbinamento sensore/obiettivo.

Non è questo il caso, epperò.

Nella fattispecie, 35 mm è semplicemente la focale (nemmeno poi quella, invero, facendo invece riferimento ad una equivalenza quanto ad angolo di campo coperto rispetto al 24 X 36 mm) corrispondente all’obiettivo principale.

Che a sua volta è abbinato al sensore principale, di cui però ignoriamo dimensione (salvo procedere con i sunnominati indizi).

Ecco, la necessità di approfondire.

L’imperativo di farlo, quando ciò che si scrive verrà letto dai più, con l’aura d’autorevolezza che ipso facto chi legge attribuisce in dipendenza dal luogo d’origine della propalazione.

Che poi, è una questione di “punta dell’iceberg”.

Sì, punta dell’iceberg.

Sapete, molti anni fa – quando marginalmente m’occupavo di critica musicale – qualcuno mi disse che il mio modo di scrivere era assimilabile a quello di Duilio Courir di Corsera.

Niente di più sbagliato!

Duilio era persona in grado di parlare per ore in conferenza – e scriverne in interi libri – a proposito di aspetti anche assai parcellizzati della musicologia, mentre io non avrei retto alla prova dei cinque minuti (nel senso che al sesto minuto mi sarei già trovato imbarazzatamente …afavellato, ove l’alfa è impietosamente privativa).

Ecco dunque l’importanza della montagna sommersa, piuttosto che di quella incantata (più precisamente, magica, ci stiamo riferendo all manniana “Der Zauberberg”):
saldezza di conoscenza impone che ci sia una montagna – sia d’acqua o di roccia – sotto ciò che scriviamo.

Personalmente sotto il pelo dell’acqua ho giusto un pugno di terra alla portata edificatoria di formiche (purché non termiti, quello per me sarebbe già troppo).

Una qualsivoglia base, epperò, è necessario vi sia.

 

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Claudio Trezzani

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