La dichiarata illusione.

Siete mai stati in Piazza del Duomo a Pisa? Giunti lì, avete fatto il giochetto di sostenere – a distanza – con una mano la Torre?

Caspita, avete palesato una cultura sterminata. Dalla caverna di Platone ai Veda, da Kant a Schopenhauer.

Perché sì, insomma: una cosa è un fenomeno – una apparenza che può rivelarsi illusoria – altra è un noumeno – la realtà nella sua dimensione intrinseca – inattingibile per Kant e sondabile a proprio nocumento per Schopenhauer.

Ecco, per complicare le cose, quando avete fatto finta di sostenere la Torre di Pisa avete operato un depistaggio degno di un servizio segreto.

Anzi, no.

Quando avete atteggiato il palmo secondo le indicazioni del fotografo che stava ritraendo la messinscena, sapevate che avrebbero saputo.

Sapevate che chi avrebbe guardato avrebbe capito.

Avrebbe capito che “in realtà” la torre non la  sostenevate voi.

Tra una realtà come appare – ma “a chi” rimane elemento discriminante, la percezione umana non essendo l’unica – e una realtà di dubbia penetrazione filosofica – avete introdotto un terzo elemento, un codice che si sovrappone ad un codice.

Al codice piazza/torre/voi avete sovrapposto la convenzione della compressione dei piani – anche se non avreste saputo definirla tale – al servizio di una finta collocazione/dimensione/attivazione della vostra azione.

Nihil sub sole novum, del resto.

Delle due fotografie a corredo di questo brano, vedete quella in cui uomo acchiappa automobile?

Il procedimento è lo stesso.

Più recentemente, è divenuta di moda quella in cui una mano acciuffa e divide un albero ed il suo riflesso in fossato, quasi fosse ortaggio.

L’altro esempio si situa in un ambito di minore travisamento: il cane sostituisce il viso umano senza alludere a una diversa dinamica tra piani.

Dunque, si sarebbe portati a concludere che queste operazioni si realizzano tramite una alterazione condivisa, in cui il cambiamento è uniformente percepibile tra ritraente, ritratto, osservante.

La questione, invece, non si esaurisce qui.

Da bambino mi era capitato di guardare una copertina de Le Vie d’Italia, periodico antesignano de Qui Touring.

Raffigurava le arcate verso l’acqua del ricostruito ponte di Pavia.

Ebbene: le avevo scambiate per giganteschi oblò di nave.

Proseguendo per questa via, si approda ai test di  Hermann Rorschach, lo psichiatra svizzero che approntò il sistema dei dieci schizzi da interpretare.

Dunque, ogni cosa intride di potere evocativo la litteralità, secondo piani stratificati od intersecati.

E la fotografia partecipa al turbinoso gioco con il suo potere di sintesi ed astrazione.

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Claudio Trezzani

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