La convergenza

La fotografia – laddove abdica al rigore documentario, in determinati ambiti diversamente sacrosanto – può ricercare peculiarità traverso artifizio.

Una lunga esposizione, giocare con le cromie, accentuare il contrasto tonale.

In tal modo “caratterizza” l’esito differenziandosi dall’esperienza sensibile.

Alla pittura ciò riesce più “naturale”, partendo da una tabula rasa.

Non deve necessariamente misurarsi con l’esistente, poiché concepimento e realizzazione possono coincidere, ove si possegga una tecnica adeguata.

Ecco perché l’eccellente lavoro della pittrice ucraina naturalizzata statunitense Marianna Foster un poco stupisce: ha riprodotto il cielo notturno quale lo si ottiene in fotografia con una prolungata apertura dell’otturatore.

In fotografia tale apparenza è ad un tempo voluta e subìta.

Voluta perché – come già detto – il perseguimento di una particolare prassi serve ad esprimere una cifra stilistica univoca.

Subìta perché all’interno della summentovato procedimento non si può fare altrimenti, il risultato non può discostarsi dai binari della conseguenza tecnica.

Seconda immagine a corredo di questo brano.

“È ancora una fotografia?”, qualcuno può legittimamente obiettare.

Lo eccepisce poiché l’occhio umano sa compensare meglio di una fotocamera le variazioni accentuate di luminosità.

D’altro canto non si sono aggiunti, modificati od elisi oggetti.

Una situazione oggettiva soggettivata senza del tutto tradire, ed insomma.

In questo caso s’intendeva esprimere il carnale calore del sole nascente che si posa su di una finestra, con la sottoesposizione volta a conferire un taglio grafico a camini e cornicione aggettante.

Ecco allora che ogni cosa si riconduce al concetto di “sapore”.

Fotografia ed arti figurative tendono in questo a convergere: ogni volta s’insegue un aroma da delibare e far delibare.

 

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Claudio Trezzani

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