La coesistenza del selvaggio nell’urbano

Da tempo vado sostenendo che accessori quali una salopette da pescatore od una bicicletta a pedalata assistita spiccatamente giovano al fotografo.

Ma l’ascolto della notte trae beneficio ancor maggiore se si scende dal sellino.

Nel silenzio delle quattro – l’orario più propizio ai furti in case, agli arresti dei terroristi, alle fotografiche deambulazioni – un seminascosto mormorio.

È un rivolo d’acqua che la diurna volgarità direbbe fogna.

Sommessamente scava una selva oscura.

È lì, con me spalle all’asfalto ed in fondo cemento.

Lampionici residui sbalzano in drammatico rilievo nervosi sterpi.

La selva per culla, umani alveari per sfondo.

La coesistenza del selvaggio nell’urbano:

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