La birra & il piombo

Due fotografie corredano questo brano.

L’una mostra la pubblicità di una birra verdeblu.

L’altra una colata di piombo fuso.

Sto scherzando?

No.

A patto di sapere dove siamo.

Siamo nel luogo dove la metafora s’incarna.

Questo luogo è la Fotografia.

Si, è una cosa che vado ribadendo ad nauseam.

Lo faccio perché è vero.

La letteratura chiede al lettore un atto immaginativo.

La fotografia lo provoca.

Lo provoca in virtù di tre fattori.

Il primo: l’inquadratura che riconstestualizza.

Il secondo: la fissazione dell’attimo.

Il terzo: l’assenza di suoni ed odori che veicolerebbero la percezione in modalità univoca.

Così giacendo i presupposti, l’immaginazione può scaturire di moto prepotente e subitaneo.

Ecco allora che la ritrazione di un’onda marina diviene spuma di birra.

E una fotografia scattata dall’alto di un ponte con un teleobiettivo rende l’acqua piombo fuso.

Perché ciò sia avvenuto sono state necessarie acconce condizioni di luce, colore e movimento.

Variando anche di poco l’alchimia, il risultato non si sarebbe sortito.

Ma l’aspetto rilevante dell’equazione è che l’evocazione balenata non è stata modificata nel processo postproduttorio.

Al netto delle mie consuete microregolazioni ed ottimizzazioni, i relativi files rispecchiano esattamente ciò che la scena restituiva.

Ciò che la fotocamera ha introitato di ciò che la scena restituiva, più esattamente.

O della  ingannevole neutralità di una mediazione.

Il dispositivo è regolato per riprodurre ciò che cattura con un approccio simile alla vista umana; il fotografo – che scateni da subito il suo potenziale di suggestione oppure no – sceglie ma non modifica; lo stesso fotografo, più tardi al computer, non muta la ritrazione.

Eppure, l’immagine ci ha condotto verso un altrove.

Un altrove che si riverbera con infinite variazioni, mutazioni, sinanco rinnegazioni tante volte quanti sono i fruitori della fotografia.

Coartefici, costoro, della proiezione mentale.

Sì, la Fotografia è il luogo dove s’incarna la metafora.

Un dato, un volo, più voli.

 

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Claudio Trezzani

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