La benedizione dell’eclettismo

In “Forchetta?” il mio articolo era imperniato su di una fotografia di André Kertész.

Il quale non è da mollare con disinvoltura.

È da tenere stretto, e per una ragione che secondo alcuni è una parolaccia.

Gravemente errano, costoro.

Perché eclettico – questa la definizione incriminata – è cosa di cui essere sommamente fieri, checchè ne dicano gli sprovveduti.

Eppoi, André è un eclettico sui generis, che è ancor meno una parolaccia.

Sapete, la parola viene dal greco.

Eklektikós, atto a scegliere.

Mica da tutti, questa cosa qui.

Bisogna avere la faretra piena, per poterselo permettere.

Tante acuminate frecce, da estrarre ad libitum.

Non fraintendete, però.

Tutti sono influenzati da tutti.

La differenza la fa Thomas Eliot.

Che diceva un conto essere copiare un altro rubare.

Chi non può, copia.

Chi può, ruba.

Il che significa: solo chi ha tanta roba dentro, e di buona qualità, è in grado di imprimere la propria cifra su ciò che trova fuori.

Sapete, Federica De Micheli nell’aprile del 2008 scrisse un eccellente pezzo su FotoCult.

Tra i pregi, aver citato Paul Dermeé ed Ennio Flaiano.

Il primo di Kertész diceva che non diventerà mai uno di loro (artisti della così appellata Avanguardia).

Il secondo perorava la necessità di meravigliarsi sempre.

Se vogliamo mimare un sillogismo, visto che Maurizio Costanzo adorava Flaiano e considera la coerenza la virtù degli imbecilli, chi depreca l’eclettismo è un imbecille.

E sì, per non rischiare l’epiteto non bisogna essere uno di quelli.

Traslando l’eufemismo, un prostituto.

Pro statuere, porre davanti ci dice l’etimo latino.

Porre davanti a ciò che non si ha – il talento – le cose che fanno gli altri.

Loro, quelli di quelli, non sono capaci di meravigliarsi come Flaiano.

E siccome hanno frecce spuntate nella faretra, addentano la turpemente denominata tendenza.

Questa sì che è una parolaccia.

Non fare ciò che si ha, ma quello che hanno gli altri.

Beninteso, non tutto quello che hanno gli altri.

Quello degli altri che gli altri approvano.

E poi, specializzarsi.

Questa è una parolaccia ancor più oscena.

Oddio, c’è anche chi ha fatto bene dipingendo tutta la vita bottiglie.

Kertész, no.

Esaminiamo The Circus, la fotografia a corredo di questo brano che André realizzò nel 1920 a Budapest.

Frega niente, ad André, cosa stanno guardando i due.

Frega niente, anche che siano due.

Quello che vediamo è una sublime composizione di forme.

Il cappello non è più tale, e così il foulard.

È un ordinato magma, se mi passate l’ossimoro.

Nel vulcano fremono forze.

Composte perché spostabili solo a prezzo di nullità.

Vigorose rotolano con spinta centripeta, a patto di lasciarle stare.

A patto di celebrare una Virtuosa Reificazione.

I due sono divenuti cose, evviva i due.

Non soffrono l’oggettivazione, perché partecipano all’arazzo artefici e non succubi dell’intreccio.

Facciamo le cose, ma siamo persone.

Sapete, mi vien voglia di parlare di linee.

Di fare una cosa che Ceronetti assimilava all’onanismo.

No, me ne astengo.

Non parlerò del dialogo segmentale tra steccato e motivi indumentali.

Potrei, ma farei il gioco di quelli di quelli (sic).

Perché André Kertész non è una cosa sola, una tendenza.

In questa fotografia vi sono plurimi piani di lettura.

André si è innamorato di un plastica concrezione.

I due sono una escrescenza fossile abbarbicata alle lignee assi.

O marmo di Carrara scalpellato con furore.

Frega niente l’istanza sociologica.

Lo sa Kertész che sono persone.

Ma non prostituisce la letteralità a cosa terza.

Piega la visione a matrice quarta, ed invece.

La progressione è: persone / situazione / asservimento a idea = cassato / erezione di monumento.Fosse possibile, non bisognerebbe pensare a niente, guardando questa immagine.

Essa s’impone di prepotente carnalità che non distingue pelle e legno.

No, mai stato uno di quelli, André Kertész.

Mille leghe sopra Deboli Menti risucchiate da eteroindotti flutti.

È ricca, la sua tavolozza emotiva.

Usa il colore che serve quando serve.

È al servizio di sè stesso André.

E ne ha, da rovistarsi.

 

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Claudio Trezzani

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© André Kertész. The Circus (Budapest 1920)

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