Intensità e proporzione

Più volte mi sono espresso sulla circostanza:  in una situazione di luminosità diffusa, non appena indesiderate lame di luce invadono l’inquadratura, abbandono

lo scenario.

È una questione di pulizia formale: l’incursione di una disomogeneità illuminatoria nuoce gravemente ad essa come alla salute il fumo.

Sin qui tuttavia abbiamo parlato del detrimento arrecato dalla rottura di un equilibrio.

Qui invece abbiamo il privilegio di osservare la fotografia di Cesare Martinato a corredo di questo brano.

Una Hasselblad con su montato l’eccellente Sonnar 180 mm f4.

Ma soprattutto, una presenza vigile, sapiente e fervorosa.

Cesare ama visceralmente la montagna, ed essa ricambia.

Quel bagliore in vetta ha la potenza del dito di Dio che Michelangelo ha dipinto nella Cappella Sistina.

In questa fotografia la montagna riveste il ruolo di Adamo.

La luce rischiara, benedice, santifica il versante roccioso.

La corrusca atmosfera non promana tragedia, bensì solenne liturgia

Di una solennità non scevra di calda suffositudine, nonostante la decisa direzione.
Essa non esclude: sceglie per paradigmatica elezione.

Dio – la veicolata luce come il dito – accarezza la montagna in quel punto, ma potrebbe farlo altrove.

Intensità e proporzione, ho titolato questo articolo.

Sta tutta qui l’essenza della Fotografia.

Una delicata alchimia.

A dosaggio mutato, l’intrusione marginale assurge a totalizzante pregnanza.

Non vi è più periferica distonia: assistiamo al silenzioso regale ingresso di una forza vivificante che profuma di secolare Grazia.

 

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Claudio Trezzani

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