In sedicesimo

Con i libri antichi si otteneva il formato denominato “in sedicesimo” piegando a metà un foglio e poi dividendolo in tre parti.

Per estensione e metafora, si è sviluppata in seguito una accezione del termine che riconduce a qualcosa fatto oggetto di riduzione qualitativa.

Le due fotografie a corredo di questo brano sono “in sedicesimo”.

Perché mai?

Lo sappiamo, la fotografia tende ad evocare la tridimensionalità pur essendo condannata alla due dimensioni.

Con i teleobiettivi, poi, si beneficia di una compressione dei piani che allude ancora di più ad una profondità prospettica.

Eppure, queste due immagini vi rinunciano palesemente.

Nella prima, nell sfondo vi è una tenda da bar che reca impresso il logo dell’esercizio commerciale.

Ma è bianca, e pur essendo inclinata non presenta indizi del suo sviluppo nello spazio.

Semplicemente, diviene un foglio di carta.

Sul supposto foglio di carta è adagiato il braccio di un fantino, esultante durante una manifestazione folcloristica.

Esso conferisce estemporanea vita alla composizione, ma lo fa traverso un prosciugamento del segno che rinuncia all’evocazione spaziale per accomunare i due piani prospettici in un unico pittogramma.

La seconda fotografia, ora.

Brandelli di vegetazione, e due mongolfiere in volo.

Il controluce propizia una riduzione a siluetta che rende l’immagine un disegno a china.

Nel primo caso ho parlato di foglio di carta, nel secondo di disegno.

Ecco sì, lo sono diventati.

È la vasta proteformità insita nello “scrivere con la luce” (espressione peraltro abusata, oggidì).

Si può piegare la realtà (il riferimento celiante è alle teorie di Einstein) giostrando tra dimensioni apparenti.

Questo possiamo, ed è appagante.

 

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Claudio Trezzani

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