In imperfezione, chiave

La fotografia a corredo di questo brano raffigura al centro le mie vere sembianze. I due visi alle estremità, invece, consistono nella giustapposizione rispettivamente delle due metà sinistre e destre dell’originale.

Quale versione vi sembra più “naturale”?

Probabilmente quella che effettivamente lo è.

Perché accade questo?

Perché la realtà si nutre dell’imperfezione.

Ma cos’è l’imperfezione?

Nel caso dei volti, la mancanza di simmetria.

Dove ci conduce questo?

All’odierna chirurgicità della fotografia.

Obiettivi sempre più corretti quanto ad aberrazioni ottiche, sia costruttivamente sia traverso software.

Nitidezza sempre più pronunciata, resa sempre più uniforme ed omogenea al variare della porzione di fotogramma considerata e della distanza di messa a fuoco.

Al computer, poi, abbiamo davvero in mano il bisturi, prova ne sia la levigatezza della suesposta operazione resa possibile dalla tecnologia.

Per intervenire dopo lo scatto, è una manna: possiamo condurre azioni che una volta ci sognavamo. Si badi: anche nella direzione di una accentuazione dell’imperfezione.

Ma tornando al momento dello scatto?

Be’, proviamo a correlare il concetto di imperfezione a quello di carattere.

La vignettatura in un obiettivo è un difetto, la perdita di nitidezza ai bordi lo è, così come una scarsa resistenza al controluce.

Ora che il trattamento dei migliori obiettivi contiene quest’ultimo fenomeno, è divenuta di moda la “ricerca del flare perduto”. Proprio così: a volte nel cinema i postproduttori inseriscono a bella posta questo difetto per evocare atmosfere passate. Così declinata – è divenuta di moda – la prassi è al limite del risibile, con quel tasso di pecoraia insensatezza che è propria di tutte le mode. Ma ciò ci  ricorda la connessione tra imperfezione e carattere.

Insomma, un obiettivo imperfetto ha “personalità”, che può essere proficuamente governata a fini espressivi. E così, sempre a proposito di un volto, si potrà ottenere una resa “poetica” contrapposta ad una resa più “fredda”,perché oggettivamente analitica, di un vetro disegnato al computer.

Ma non si comnetta l’errore di indugiare troppo sulle caratteristiche degli strumenti.

In questa progressione di ragionamento siamo partiti dai mezzi ma intendiamo approdare ai fini.

Per far ciò è necessario spostare l’attenzione dall’utensile al soggetto della ritrazione.

Che può essere anche un oggetto: quale recondito incantamento si può disvelare sondando un muro sbrecciato non dissimilmente dalla ruga di un anziano! O l’arabesco disegnato dalla ruggine non meno graficamente potente di una capigliatura scarmigliata.

In un precedente articolo avevo telegraficamente passato in rassegna le principali correnti artistiche sorte attorno il concetto di imperfezione, o di corruzione. Tra filosofia ed arte innumerevoli sono gli addentellati individuabili…qui però desidero concludere con una annotazione personale: noi non viviamo in un inaccessibile empireo così come riprodotto da alcune iconografie bizantine, tra immote assise figure.

La condizione umana, ed invece (sin dall’azione dell’acido ribonucleico, come evidenziato, per converso, dalla elaborazione digitale del mio volto) è di rotolarsi nelle cose. Intridersene, modificarsi, interagire. In una parola, vivere. L’imperfezione diviene così il marchio individuale d’ognuno. Il fascino di cose accadute, ed in un modo ogni volta irripetibile. Ecco allora il fotografo come cacciatore di vite, di carnali palpitazioni scritte e riscritte nel reale.

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Claudio Trezzani

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