Sapete, Lugano.

Un tempo anche pezzenti come me potevano parcheggiare senza monetari oneri.

Io salivo su strada parallela al fronte / lago, onde ricoverare vettura in tal guisa.

Questa via – c’è ancora adesso, mica è smottato il terreno – comincia per “l” e finisce con una “o”.

Un giorno mi scappò l’occhio su di un giardino condominiale.

C’era una avvenente ragazza che prendeva il sole a seno scoperto.

Avrebbe indossato una terza misura, il reggiseno l’avesse per converso indossato.

Più tardi riferii la cosa ad un mio amico gnomo – nonostante sia alto un metro e ottantatré – della finanza luganese, in parallelismo con quelli di Zurigo.

Prontamente mi rispose: “ah, ma quello è il condominio delle prostitute”.

Eddunque, una cosa multilevel.

Professioniste su più piani, intendo.

Ergo, una cosa volgare.

Non che fosse volgare la persona che avevo visto.

Epperò, si sa, per lavoro loro hanno necessità di vestire capi vistosi, quando li vestono.

Ed allora, Lugano è volgare tout court?

Forse una volta, quando da quelle ultramontane parti abitavano tribù come gli elvezi, i raurici, i nantuati.

Si sa, in quanto barbari erano volgari per definizione.

Ora invece Lugano non è più volgare tout court.

Non foss’altro perché ci abita Patrizia Eichenberger.

Che si situa agli antipodi di ciò.

Perché è quintessenzialmente e consustanzialmente raffinata.

Lei, mica gli accessori.

Sapete, cornici di pregio.

Ma non è per quello, tanto gli antiquari costosi esistono per chiunque.

No, è proprio una faccenda di sagome.

Se siluettate, meglio ancora.

Se flessuose senza abdicare a decoro, idem.

Se reificabili per astrazione, ugualmente.

Sapete, è una roba in pendant con la summentovata faccenda della silhouette.

Sipperché se una cosa è tutta nera risulta vieppiù traslitterabile.

Avere in testa un disco volante.

Oppure: un corpo come sbaffo disegnato da Vasilij Vasil’evič Kandinskij.

Eccomunque, fluttuare con nonchalance.

Ed avere contezza della mano, fuori.

Sì, quella mano lì che ostinata resilienza di cornice par contornare d’elegante ricamo.

Pittura, anche quella.

Maniche in pittura, eccioè.

Una cosa leonardesca, ed insomma.

Od anche assimilabile al pennello di uno dei Pollaioli.

O del Ghirlandaio.

Non del Bronzino perché la manica mica è tagliata.

Magari di Lavinia Fontana, Patrizia approverà perché è Donna anche lei.

Eccomunque, concertati raccordi.

Assai finemente calibrata la composizione, Patrizia Eichen[“calibrare” in tedesco]berger[colei che vive in montagna, Lugano non essendo al livello del mare, NdR].

No, dico sul serio: non sono stato io a dire quella praeclara frase sulla bellezza proferita da Fedor Dostoevskij.

Io, semmai, sono il titolo del romanzo ove essa è contenuta…

 

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Claudio Trezzani

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