In Fotografia, la colpa di Pirandello

Oggi – l’italiano va sempre più assomigliando ad un esperanto degenere, per come i madrelingua vanno vieppiù frammischiando il loro idioma con un maldigerito inglese – è in voga dire “snapshot”.
Istantanea, ed insomma.

Ahiloro, l’espressione ha radici temporalmente ben più profonde.

Retrodata a prima che l’Ultimo Conflitto – quello che ci vide sparare in casa, elmettomuniti – deflagrasse.

E la Leica, c’entra.

Sì, la Leica pronunciata con “e” nel dittongo, mica come farebbero i summentovati nostri connazionali che nomino nell’incipit del presente brano (loro opererebbero una apofonia vocalica in “a”, ormai drogati del succitato maldigerito inglese).

La Leica con il suo piccolo formato, e la trattabilità che ne deriva.

La Leica pronunciata alla tedesca perché è lì che è nata.

Chi ce l’aveva, se doveva fare un’istantanea – sì connaturata alla natura del mezzo – articolava “schnappschuss”.

“Acchiappa al volo” ; “mira e spara”, traducevano allora i nostri fotografi.

Ecco, I Nostri Fotografi.

Trascorrono pochi decenni, la memoria della prassi – linguistica e fattuale – permane.

Siamo negli Anni Cinquanta, ora.

Scrive M.C., autorevole titolare di rubrica fotografica presso Le Vie d’Italia, prestigioso antesignano de Il Qui

Touring: “La ‘novità’ attuale consiste nel dedicare un simile esercizio fotografico [la fotografia istantanea, NDR] quasi esclusivamente alla ripresa di soggetti crudamente veristici, non di rado colti in ambienti miserabili od equivoci, spesso scelti con intenzioni polemiche o scandalistiche. Le regole estetiche tradizionali sono naturalmente, non diciamo trascurate, ma irrise. [omissis] Il guaio è che anche la tecnica viene messa sotto i piedi, e si presentano come capolavori delle foto violentemente contrastate, o mosse, o sfuocate, o piene di grana come se avessero il morbillo. La grammatica, insomma, va perdendosi anche in fotografia; e la sua assenza, non che deplorata, viene magnificata come stile”.

Il recensore, indi, presenta nello stesso articolo una fotografia di Maurizio Nevola.

Trentacinque millimetri effe trevirgolacinque, Ferrania Pancro, diaframma quattro, un cinquantesimo d’esposizione.

Ma non soffermiamoci su questo, se V’aggrada passare oltre.

Il summenzionato recensore palesa un discreto apprezzamento per la foto, dichiara che l’autore ha scelto il dispositivo giusto per la pronta cattura, e che essa non abdica ad efficace taglio compositivo (forse eccettuato “l’ometto in camice”, a cui presto approderemo) pur nella disagevole impellenza del momento.

Così, dentro la sostanza, la forma è salva.

La grammatica, come ribadirebbe M.C.

Sapete, ciascuno è impregnato della temperie del suo tempo.

Intriso sì, ma con la possibilità d’ergersi.

Non è da tutti, onore a quei pochi che ci riescono.

Gianni Berengo Gardin, tra quei pochi.

Non salva capra e cavoli, Gianni.

Fa molto di più, lui: salva forma e sostanza, come dicevamo.

Lui che allo stesso Touring Club collaborò.

Rigoroso quando l’occasione lo richiedeva, ma sorvegliato sempre.

Sorvegliato sempre?

Attento alla grammatica anche quando l’occasione suggeriva priorità alla sintassi, lui.

È da qui che nasce l’Arte: rifuggere l’abborraccio pur se l’idea impone veloce esecuzione.

Non dimenticare Raffaello anche quando ci s’abbevera a scabrità, quando è la Vita ad esprimerla.

Non tutti, così.

Figli snaturati, ora.

M.C. accenna al verismo, nelle parole che riporto sopra.

Ma M.C. pensava al neorealismo al cinema, mentre la scaturigine del fenomeno è antecedente.

Ecco, qui ci viene in soccorso Luigi Pirandello.

Luigi ha massivamente condizionato il futuro, anche se i deviati suoi epigoni non lo sanno.

Pirandello inizialmente guardava Verga con sospetto.

Poi però Luigi s’allineò con Giovanni.

E tutto per antipatia di Gabriele.

Sì, Gabriele D’Annunzio.

Quando Luigi esclamò “letteratura di cose, non di parole” era per attaccare Gabriele.

E così si schierò con Giovanni Verga.

Il “verista” Verga.

Il “crudo”, Verga.

L’etica ancillare all’Arte, ed insomma.

Così, oggi, festivals.

Dedicati anche alla fotografia etica, potessesi tracciare univoca e pancrompensiva aderenza.

Far le cose al modo che descriveva M. C., giusto per darsi alle “veristiche” cose.

Poi ci sono i fotografi ingenui.

Poche righe sopra – rimembrate? – citavo “l’ometto in camice” – colui che M.C. vedeva presso il margine superiore dello scatto romano di Maurizio Nevola.

Ebbene, il recensore argomenta che potrebbe essere un fotografo “ambulante”, che “cerca ma poco spera di fare delle donne due clienti”.

Ci riuscirà?

Non lo sappiamo.

Sappiamo però – stessa piazza, stessa epoca – cosa accadde ai miei genitori.

Lo vedete dalla seconda immagine a corredo di questo brano.

Sì, erano stati accalappiati da un fotografo scattino.

Ne fece tante di fotografie, quel fotografo scattino (se ne accorsero al momento della presentazione della fattura, i miei genitori).

Ma “in scattino veritas” (anche se il motto latino deriva dal greco ἐν οἴνῳ ἀλήϑεια, così argomentava il sofista Zenobio), oso parafrasare.

In scattino veritas perché egli (al netto di eventuali salature in parcella…) è sì ingenuo, ma onesto.

Niente artefazioni di linguaggio, intendo.

Se lo scopo è brutalmente pecuniario, l’esito è solarmente limpido.

Ciascuno è impregnato della temperie del suo tempo, scrivevo.

Intriso sì, ma con la possibilità d’ergersi, aggiungevo.

Come Gianni Berengo Gardin, precisavo.

Ecco, le cose sono semplici, in superficie come nel fondo.

Cercare cose senza imprigionarvisi.

Mandrie di pulsantici pigiatori vanno in pellegrinaggio presso le iniziative alla moda.

Sopra loro, i Gianni.

O del superiore equilibrio, o della capacità di scrollarsi di dosso la grevità, del tempo.

 

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Claudio Trezzani

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