Impatto e dilatazione

Ho in sorte di tornarci.

A Marshall McLuhan intendo.

Alla faccenda che mezzo e messaggio coincidono, che il contenente non è neutrale.

Perchè troppi guasti vedo, là fuori.

Discettare di linee inquadrando con un fish eye.

Camminare mentre si riprende,una incongrua successione di onde.

Inquadrare architetture con droni.

Ecco, ci risiamo.

Visioni zenitali di edifici obbligati ad obiettivi grandangolari, presenza dominante, con trascurabili eccezioni di focali più lunghe.

E’ l’offerta commerciale di alternative, a latitare.

Mi ero già occupato di fornire esempi, ma questo è il più impietoso.

Perchè se in una immagine fissa la distorsione prospettica è subito lì a gridare la sua inadeguatezza, in un filmato come il succitato – l’ho realizzato assai recentemente – si vede il mostro colpire, e colpire, e colpire ancora.

Osservate, se v’aggrada un elemento funzionale (un condizionatore, un tubo, una superficie squadrata) alla volta.

Seguitelo nel suo progredire attraverso l’inquadratura.

Letteralmente, cambia forma.

Alla parvenza di verosimiglianza che serba quando è al centro si contrappone la mostruosa deformazione di subito dopo che è apparso e di subito prima che scompaia.

Mai reale, ai lati ancora più irreale.

Producono effetti psicologici, queste cose qui.

Deleteri, e McLuhan lo sapeva.

Perchè così insorge quello che lui appellava il “torpore narcisistico”: si accetta ciò che invece non si dovrebbe recepire senza atteggiamento critico.

Se il mezzo ha una valenza espressiva in sè stesso, la sciatteria trasmigra dal contenente al contenuto.

La mistificazione corre indisturbata.

L’impegno decade, e con ciò non si serve più la verità, ovvero l’onestà.

Cose esistono, cose accadono.

Tradirle, nuoce.

 

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Claudio Trezzani

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