Il tempo della manovella

Vi fu il tempo delle mele.

Sì, quello di Sophie Marceau.

Prima ancora, il tempo della manovella.

Manovella?

Tra un attimo vi approdiamo.

Prima, il segno.

Il segno?

Ero in biblioteca, giorni fa.

Su di uno scaffale, un granitico proiettore Malinverno.

Sì, proprio in metallo e vetro, mica in fotografia.

Poi, a casa, la fotografia.

Soprendentemente, la fotografia.

Perché stavo sfogliando una rivista degli anni cinquanta, non pensavo più al proiettore.

Ed eccolo lì ancora, il Malinverno, nonostante non l’avessi cercato.

Ecco, il segno.

Il segno che rimembrare certe situazioni è d’uopo.

Con tenerezza, rimembrarle.

Solo tenerezza?

La cosa s’applica ad una intera epoca.

Bicicletta per andare da Lodi a Milano.

Sapete, Cocciante cantava di andare a piedi sino a Bologna.

Ma era un lirico afflato, quello.

Vi era un tempo in cui la fatica era un obbligo.

Un obbligo, ed un limite.

Mike Bongiorno raggiunse picco di montagna in elicottero.

S’aveva da fare una cosa, in quel modo la si fece con rapida efficacia.

Già, rapida.

Se l’importante è il risultato, la tecnica aiuta.

Giungere freschi in vetta, aiuta.

Ed allora, la summentovata fatica?

Scrivevo di manovella.

Negli anni del Malinverno – passando dalle immagini statiche a quelle in movimento – si poteva decidere di spendere seimila ottocento lire per avere un proiettore Cine Max con avanzamento “a motore”.

Oppure risparmiare, ed avere lo stesso Cine Max a quattromila duecento lire, dovendo però ruotare la manovella.

Già, la manovella.

Come per avviare “il” automobile, ancora prima.

E se si voleva anche il sonoro – contestualmente disponendo di un capiente portafoglio – si poteva avere un

Movilux Moviphon, di Zeiss.

Ovvero tre ponderosi apparecchi tra loro collegati, una pena allestire il domestico apparato.

Sapete, pure il Cine Max a manovella si definiva “elettrico”, giusto perché c’era la spina da attaccare.

Ora, d’elettrico, abbiamo la bicicletta.

Benedetta questa elettricità “motoria”.

Perché è opinabile se sia o meno giovevole arrivare nudi alla meta, ma riposati certamente sì.

Perché così la mente rimane lucida, meglio predisposta alla fotografica ritrazione.

Oltretutto certi scorci sono fruibili sol da ciclabili, in tal guisa non si rischiano tamponamenti, od addirittura di non vedere il sito.

Cheppoi, la fatica era anche nella predisposizione dei parametri.

Tempi in cui in Voigtlander per illustrare i prodigi del Vitomatic I ricorrevano al corsivo:
regolare “automaticamente e contemporaneamente” l’otturatore ed il diaframma, quale affrancamento dal travaglio (proprio nella linguistica accezione dell’ispanico “trabajo” e del francese travail) della vita!

E dopo la fatica, la vaghezza.

Sì, la vaghezza.

Così accadeva allora.

Filmati in dimensione paraonirica, per la soffusa e traballante visione.

Ma anche questo è amore.

La fatica volta al positivo, ed insomma.

Difficoltà di ottenere il risultato, perizia per ottenerlo degno.

Ecco, lottare.

Il sapore della sofferta vittoria, così.

Serve premunirsi, per trattenere quel sapore nel palato.

Sapete, io ho ancora un proiettore muto Braun.

Comprai una lampada di riserva, allora.

Tuttora intonsa, pronta ad affrontare il futuro.

 

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Claudio Trezzani

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